Terzo segreto di Fatima, colloqui di suor Lucia col cardinale Bertone: spettro Islam

Terzo segreto di Fatima, colloqui di suor Lucia col cardinale Bertone: spettro IslamTerzo segreto di Fatima, colloqui di suor Lucia col cardinale Bertone: spettro Islam
Il santuario della Madonna di Fatima

ROMA – Ci sarà una coincidenza tra l’exploit di Alì Agca, il killer mancato di papa Giovanni Paolo II, che torna a Roma da clandestino sulla tomba di Wojtyla in gennaio, il terribile attacco a Charlie Hebdo dei fanatici musulmani del Califfato e le profezie di Fatima, svelate da suor Lucia de Jesus dos Santos, morta dieci anni fa e sepolta a Coimbra, la storica città del Portogallo? In una sfolgorante giornata di sole a Fatima, 110 chilometri di Lisbona, nella grande spianata tra la vecchia abbazia e la nuova grande chiesa costruita dopo l’attentato a Giovanni Paolo II, compiuto nel maggio del 1983 in Piazza san Pietro, la domanda sembra quasi irreale, anche se i segni di un possibile collegamento sono rintracciabili, quasi scintillano nella luce fantastica che arriva dal grande Oceano e illumina questo sobrio entroterra portoghese.

La pallottola di Agcà, che colpì il papa e lo trafisse da parte a parte senza fermarsi e senza ledere organi vitali nel suo corpo, come se fosse deviata dalle preghiere che suor Lucia, una delle tre veggenti di Fatima, incessantemente recitava per proteggerlo, in questo momento non spicca in mezzo al diadema della statua della Madonna, che da come il benvenuto nella grande spianata.

Non è inserito, quel proiettile, in mezzo alle 313 perle e alle 2679 pietre preziose che tempestano la corona sormontata dalla croce, pesante 1200 grammi e tutta costruita con l’oro. Quel proiettile smozzicato, che il papa volle portare a Fatima un anno dopo l’attentato, a testimonianza dello scampato pericolo, viene incastonato nel diadema solo quando ci sono le grandi occasioni da celebrare in questo santuario portoghese, che racchiude ancora molti segreti e che si sta preparando a una data importantissima: quella del 13 maggio 2017, il centenario della prima Apparizione. Fra poco più di due anni.

La pallottola ora è custodita in una teca superprotetta, nei pressi della nuova grande chiesa, in fondo alla spianata, diventata la meta di uno dei pellegrinaggi cattolici più conosciuti nel mondo dal fatidico anno 1917, quando la Madonna, preceduta dalle tre visite dell’Angelo, incominciò ad apparire ai tre pastorelli di Fatima, in una regione centrale del Portogallo a 50 chilometri dall’Atlantico, un paesino con il nome della figlia di Maometto, diventato un simbolo-chiave delle religione cattolica.

Sarà una coincidenza?

Gli anniversari e le coincidenze si accavvallano sotto il sole splendente dell’anno nuovo, che scopre una Fatima tranquilla. Siamo alla vigilia del decennale della morte di suor Lucia, la superstite dei tre bimbi veggenti scomparsa il 13 febbraio 2005, nati a Alijustrei, frazione a un chilometro da Fatima, toponimo che ora assume due significati, quello musulmano e quello cristiano, il nome della figlia di Maometto e quello del piccolo paesino, diventato cuore pulsante del cattolicesimo.

Lucia, “Irma Lucia” si era spenta a Coimbra nel febbraio del 2005 e mancano, appunto quei due anni esatti al centenario della prima Apparizione, avvenuta il 13 maggio del 1917.

Era già stata una coincidenza fondamentale quella della data dell’attentato a Wojtyla, perfettamente coincidente con il giorno della Prima Apparizione della “Signora” ai tre pastorelli: 13 maggio.

Cadendo colpito da quella pallottola, sparata dalla pistola calibro 7 del presunto “lupo grigio” Mehemet Alì Agcà, il papa, “l’uomo vestito di bianco” delle apparizioni, prima di perdere conoscenza aveva pregato ad alta voce “Madre Santissima de Dios”, come se avesse capito che quel colpo mortale che stava entrando nella sua carne, che avrebbe attraversato il suo corpo, che avrebbe perforato l’addome, sfiorando di millimetri organi vitali, fuoriuscendo e ferendo una turista americana alle sue spalle, poteva essere deviato in qualche modo solo dalle preghiere alla Madonna.

Cinque anni dopo, in un colloquio con Indro Montanelli, al quale aveva spiegato il suo perdono a Alì Agca, Wojtyla aveva anche raccontato convinto, determinato, solidamente certo della sua versione, che “Qualcuno, qualcosa aveva deviato la pallottola che aveva attraversato il suo corpo, senza ledere, appunto, nessun organo vitale, come i medici, a partire dal chirurgo, il celebre professor Crucitti, avevano subito sorprendentemente rilevato”.

Il papa avrebbe perso litri di sangue nella corsa verso l’Ospedale, avrebbe rischiato la vita per lunghe ore, prima che si compisse del tutto il miracolo. Il miracolo di un proiettile che ti colpisce dove era indirizzato, che va fino in fondo, ma che una mano misteriosa sposta nella sua traiettoria per risparmiarti la vita per allontanare la tua morte da quel 1983 fino al 2 aprile del 2005.

E al grande giornalista aveva aggiunto, parlando dell’attentatore e del suo commovente incontro con lui, che la cosa che più scuoteva Agcà era il fatto di non essere riuscito a ucciderlo, di avere mancato l’obiettivo, malgrado che la mira della sua arma assassina fosse stata perfetta, malgrado che quei centimetri di ferro e fuoco, quattro colpi in rapida successione, avessero attecchito dove era stato preparato che fosse. Un colpo nel braccio destro, un colpo nella mano sinistra e quello potenzialmente mortale all’addome.

Se si rileggono le cronache di quegli attimi terrificanti, tra gli spari e il trasporto di papa Woytila al Policlinico Gemelli e tra la sua caduta nel sangue del proprio corpo e quella macchia rossa che si sparge sulla veste candida del papa, si può ancora rabbrividire, sovrapponendo quella immagine, quel fotogramma, alla profezia del terzo segreto di Fatima, a quando quella Signora piena di grazia, coperta di luce, sospesa nel cielo di quel paesino, ma non tanto lontana dagli occhi dei tre bimbi-pastori, aveva predetto un vescovo “vestito di bianco” colpito a morte con la sua veste che si macchiava. I soldati che in cima a una collina sotto una grande croce lo colpivano sparando e lanciando frecce.

Cosa diceva nel dettaglio la terribile profezia, a lungo tenuta segreta, che almeno quattro Pontefici avevano custodito gelosamente (in particolare Pio XII) e che si sarebbe scoperchiata solo quando il quinto di quella serie di Santità, quello poi direttamente interessato a una parte di quel segreto, ne sarebbe rimasto vittima? Come si era potuto sapere o interpretare che si trattava di Giovanni Paolo II?“.

“Nao sabiamos o nome do papa; nossa senhora nao nos dise o nome do Papa. Nao sabiamos se era Bento XV, Pio XII, Paolo VI ou Jaou Paolo II, mas que era un papa que sofria e isso fazia sofrer a nos tamben”: ecco il testo, ovviamente in portoghese, della dichiarazione che suor Lucia rese a Bertone, durante la visita del cardinale, allora segretario dell’ ex Congregazione del Sant’Uffizio, la Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui era presidente Ratzinger.

Non sapevamo chi era il papa che subiva l’attentato, se Benedetto XV, se Papa Pacelli, papa Montini, o Wojtyla, dice suor Lucia, aggiungendo che la Signora non aveva pronunciato quel nome e escludendo curiosamente da questo elenco papa Giovanni e anche papa Luciani.

Curiosamente, ma fino a un certo punto. Il regno dei due papi non citati era stato breve, brevissimo quello di Luciani.

In una intervista a “Repubblica” del febbraio 2005 l’allora arcivescovo di Genova e futuro segretario di Stato, Tarcisio Bertone, l’aveva del tutto chiarita la profezia, fino a che poteva, ricordando come “forse la storia doveva fare il suo corso, e Wojtyla era il Pontefice che aveva come trapassato quella storia anticristiana del Novecento, il secolo terribile delle guerre, degli stermini, fino a diventare lui l’oggetto-vittima della profezia…

Certo un altro papa ci aveva già pensato a incominciare a rompere il silenzio: era stato Paolo VI che nel 1967 andò a Fatima, lui primo papa viaggiatore, a parlare a lungo con suor Lucia e a farsi spiegare.

E Pio XII, prima di lui, senza conoscere Lucia, l’aveva consacrata alla Madonna, accogliendo le sue preghiere e quelle di un’altra mistica portoghese, nata a Oporto, una donna straordinaria, Alexandra da Costa, che visse trent’anni paralizzata, nutrendosi solo dell’ostia consacrata…

Il terzo segreto era dunque quello che riguardava la visione apocalittica di un vescovo vestito di bianco, che cammina in uno scenario terrificante di martiri, preti, vescovi credenti, massacrati durante il secolo XIX dall’odio ateo e dalla furia anti cristiana e alla fine viene colpito da un’arma da fuoco e cade macchiando di sangue la sua candida veste?

Bertone in quella intervista di oramai dieci anni fa, concessa mentre stava tornando dall’aver celebrato a Coimbra i funerali di suor Lucia appena deceduta, il 13 febbraio del 2005, aveva anche dichiarato che “comunque” quella “visione del terzo segreto” – il calvario della Chiesa nel Novecento, il vescovo colpito a morte – andava interpretata ancora e non solo letterariamente, non solo ricostruendo la memoria, ma anche alla luce delle altre visioni che suor Lucia ebbe molto più avanti nella storia.

Per esempio nel 1984, quell’ ultima visione pubblica, quando già da decenni era nel suo convento del Carmelo di Santa Teresa a Coimbra, della quale non si è mai parlato e durante la quale la Madonna la ringraziava della consacrazione nel suo nome, che era stata decisa da Paolo VI, dopo che la pratica era stata avviata da Pio XII.

Qual era il contenuto di queste apparizioni “segrete” e singole? Nella luce abbacinante di Fatima, quando il Piazzale dove possono stare il doppio delle persone che riempiono piazza san Pietro nei giorni record e quando la coda per gettare le candele nel fuoco perenne che brucia sul lato destro di quello spazio immenso è perfino rarefatta, il senso del mistero aleggia sempre. Come se il senso dello spazio si dilatasse senza limiti e non soltanto per il luogo.

Il senso dello spazio, ma anche il senso di un mistero che non si squarcia del tutto e che potrebbe contenere ancora terribili verità per il mondo contemporaneo, quello che si è incamminato nel Terzo Millennio e nel quale a partire dal tragico 11 settembre del 2001, poi con tanti eventi consumati sul bordo del mare Mediterraneo, nei paesi di fede mussulmana e di potere sempre più vicino alla fede di Allah , fino agli ultimi scontri, alle aggressioni del Califfato, allo inesauribile incendio che brucia la Palestina, che divide nel sangue gli ebrei dagli altri, alle lacerazioni in Siria, alle guerre in Iraq, alla battaglia senza fine dei curdi, fino alle ultime minacce del Califfo contro Roma, contro il cattolicesimo, al quotidiano terrore seminato dalle esecuzioni del’Isis, quanto sangue che scorre, quanto sangue del colore di quello che macchiava la veste del Papa, il vescovo vestito di bianco della profezia di Fatima.

E allora riecco la scena della più recente apertura della busta che conteneva la scrittura del terzo segreto di Fatima, davanti agli occhi di Tarcisio Bertone, del vescovo di Leiria-Fatima, Serafino de Sousa Ferreira e Silva, il 27 aprile del 2000, cinque anni prima che l’ultima pastorella delle visioni si spegnesse in quello stesso Convento. Bertone estrae dalla sua cartella due buste, una delle quali più grande contiene quella dove ci sono i fogli che contengono la rivelazione del terzo Segreto. Suor Lucia tocca la busta con le sue dita e dice : “E’ la mia carta , è la mia lettera.”

Il cardinale di Fatima legge le parole che Lucia scrisse su quel foglio in portoghese, nel gennaio del 1941, e spiega che si tratta di una visione profetica. Sarà dopo quell’apertura e quel “riconoscimento” che Giovanni Paolo II squarcerà il segreto e lo svelerà al mondo, diciasette anni dopo essere stato colpito in quella piazza San Pietro ed essere caduto con la veste insanguinata.

L’ultima profezia? Nell’intervista di dieci anni fa esatti, quasi un’altra coincidenza, il 2015 dopo il 2005, a Bertone ancora emozionato per la cerimonia del funerale di Lucia, era stata rivolta questa domanda. “ Eminenza, ma veramente ci dobbiamo fermare alla spiegazione del terzo segreto di Fatima come al calvario della chiesa nel secolo fin’ora più buio o ci può essere dell’altro ancora da scoprire, magari una spiegazione di ciò che aspetta l’Umanità nel Terzo Millenio, nei rapporti tra la Chiesa di Roma e l’Islam, magari nel nome convergente di Fatima, un simbolo sia per i cristiani che per i musulmani?” Una domanda sollecitata anche dai dubbi sulla completezza nella ricostruzione del terzo segreto, sostenuta da illustri studiosi e scrittori come padre Gruner, come l’avvocato americano Christhoper A. Ferra, come Antonio Socci, notissimo giornalista italiano.

La risposta era stata letteralmente questa: “C’è da spiegare quella differenza grande tra il papa della profezia che cade morto al culmine del calvario e il papa che si salva. La profezia, però, mette una condizione alla salvezza: è la preghiera che l’evento non si realizzi, che vinca la conversione dell’Umanità. E suor Lucia ha continuato a salvare il papa anche dopo l’attentato, durante le sue malattie, con le sue preghiere, ha digiunato perchè il papa superasse l’ultima malattia……”

Lucia spira nel febbraio del 2005, il papa Giovanni Paolo II morirà nell’aprile del 2005, quando non era più “emaparado”, protetto dalle preghiere della pastorella diventata suora e custode per tanto tempo di segreti tanto grandi.

Ultima domanda di quell’intervista all’ora cardinale di Genova, inviato del papa, Tarcisio Bertone. Come morì Lucia, come fu il suo trapasso nell’altro mondo con il quale lei era stata “collegata” tra visioni, segreti e anche terribili profezie: “ Serena, lucida, dicendo : Nostra Signora, Nostra Signora, piccoli angeli, cuore di Gesù, andiamo, andiamo in cielo, come i pastorelli.

Un altro cardinale importante della Chiesa mondiale, Giuseppe Siri, genovese, mancato papa in due Conclavi, scomparso nel 1989, vicinissimo a Pio XII, il papa che per primo conobbe le carte di Lucia e dei tre segreti, dei quali il terzo poteva essere rivelato solo dopo il 1960, riferendosi al questo grande mistero aveva definito così Fatima al suo ultimo confessore, padre Candido Capponi, un cappuccino ligure: “Fatima è l’altare del mondo”. Come dire – spiega oggi a Blitzquotidiano quel frate, non certo intenzionato a violare il segreto del confessionale di Siri – che quella apparsa ai tre pastorelli era la descrizione di quanto l’Umanità aveva sofferto e avrebbe dovuto soffrire. Fino a quando e fino a dove nel tempo, nei secoli?

I due angeli, che sovrastavano la croce sotto la quale il vescovo vestito di bianco era colpito a morte, nel racconto di Lucia, contenuto in quella busta aperta da Bertone, riconosciuta da Lucia stessa, inaffiavano le anime con il sangue dei martiri. “Penitencia, penitencia, penitencia.”_ invocava l’altro angelo dominatore che scortava la Madonna, impugnando la spada fiammeggiante puntata verso terra.

Perchè nel 2015 Agcà è tornato sulla tomba del papa che voleva uccidere, che non si spiega di non avere ucciso, che lo ha perdonato e perchè non svela chi lo ha mandato a sparare, il 13 maggio del 1983, avverando la profezia del terzo segreto, ma non fino in fondo?

Published by
Alessandro Avico