GENOVA – Nel “caso” Giovanni Rasero, come in innumerevoli altri casi di delitti orrendi, non solo genovesi ma verificatisi in quasi ogni parte del nostro ex “bel Paese”, la “caccia al colpevole” ha cambiato obiettivo.
La vera caccia al colpevole, ormai, non riguarda più l’assassino, scomparso nel limbo indistinto e vagamente mitico dei casi irrisolti, ma piuttosto il sistema penale e le varie “autorità” cui deve attribuirsi la mancata soluzione del “caso”.
Polizia, Carabinieri, i RIS, magistratura: tutti in conflitto sempre più aspro ed esplicito tra loro e anche al proprio interno. La concorrenza, tanto invocata come panacea universale dell’economia, sembra produrre effetti disastrosi quando si viene alla gestione del fenomeno criminale. La velocità vertiginosa con cui l’informazione si diffonde, ha contagiato anche le indagini, cui da sempre si addicono silenzio, lentezza, ponderatezza: una certa misura – anche – di oscurità. Oggi, sotto i fari impietosi dell’informazione totale, queste caratteristiche tradizionali della ricerca investigativa sono messe a durissima prova.
E’ difficile se non impossibili far presto e bene: si preferisce allora far presto, sotto la sollecitazione dei media e di un delirio comunicativo che sembra a volte essersi impossessato delle figure tradizionali che da sempre occupano la scena dell’investigazione criminale. I vari RIS, con le loro tute bianche e i guanti e l’attrezzeria chimica di cui fanno sfoggio, hanno sostituito il commissario con la pipa e la rivoltella sotto la giacca. Oggi il pubblico dà segni di stanchezza e insofferenza nei confronti di questo mutamento, indotto come sempre dai filmetti di produzione americana ( una volta era Perry Mason a influenzarci, poi sono venuti i CSI, ‘ciesai’ in italiese ). Troppi i casi insoluti, gli assassini, come si dice, ‘a piede libero’, come se ‘ a piede libero’ non fossero anche molti tra quelli che sono stati individuati e regolarmente condannati. La società si difende, ma spesso è da sé stessa che deve difendersi. Si è tentati allora dalla nostalgia del passato. Dai ‘grandi poliziotti’ dall’impermeabile con la cintura stretta in vita. Alcuni preferirebbero addirittura tornare all’ispettore Clouseau ( che peraltro , a modo suo, i ‘casi’ li risolveva ). In realtà, a cambiare non è stata solo la filosofia dell’indagine, ma la stessa natura del delitto, dei suoi ‘autori’, del pubblico.
Il delitto è divenuto più orrendo insieme più inesplicabile. Tanto più orrendo quanto più inesplicabile e inquietante per l’uomo comune, esso tende a non rispondere più a una logica che possa essere ricostruita dall’indagine criminologia tradizionale. L’indagine – fattasi trionfalmente scientifica – non riesce a far fronte a questa trasformazione del delitto, ma ha accresciuto le aspettative di una soluzione dei ‘casi’. I vecchi poliziotti non esistono più, ma nemmeno il mondo in cui operavano esiste più. I loro metodi sono in gran parte incompatibili con esigenze di trasparenza e garanzia cui un sistema democratico non può più – a ragione – rinunziare. Anche gli ‘autori’ dei crimini più efferati sono cambiati, divenendo sempre più anonimi, simili a ‘noi’ del pubblico,che avvertiamo in modo inquietante questa possibile somiglianza.
La magistratura, infine, sembra confusa la sua parte. Cancellata – troppo frettolosamente – la figura del giudice istruttore, resa meno che un ‘flatus legis’ la dipendenza della polizia giudiziaria dalle Procure, messe a loro volta in pericolosa concorrenza con gli organi investigativi che operano ‘sul campo’, quello del processo penale è divenuto un percorso a ostacoli senza fine, irto di tranelli, contraddizioni, formalismi. Più che ragionevoli esigenze di garanzia – spinte all’estremo – sembrano aver paralizzato quelle dell’efficacia dell’azione giudiziaria e della certezza dei suoi risultati. I custodi della legge finiscono spesso per essere i custodi della propria immagine. E’ a questo punto che si pone la domanda ‘Chi è il colpevole?’ Anche in questo caso la risposta non c’è , o è evasiva. Il cambiamento è stato troppo rapido e ha coinvolto troppi attori per non suscitare confusione, sconcerto, crisi di professionalità che in passato nessuno avrebbe messo in discussione. Quel che è certo è che è mancata una seria riflessione su quel mutamento e sulla necessità di adeguare il sistema penale – le sue procedure, i suoi metodi, i suoi attori – alla nuova, inquietante dimensione del fenomeno criminale. La parola ‘riforma’ , ossessivamente invocata da ogni parte, comincia ormai a far paura per la sua irrilevanza. Eppure da qualche parte si deve cominciare a riflettere e operare perché il sistema venga rimesso in grado di funzionare in sintonia con le aspettative e le inquietudini della pubblica opinione.
‘Autocritica’ è forse la parola che dovrebbe precedere quella, abusata, di ‘riforma’.
