BENGASI, LIBIA – In meno di tre settimane, una traballante opposizione in Libia ha messo insieme una parvenza di governo transitorio, schierato un esercito improvvisato e presentato se stessa ai libici ed all’Occidente come l’alternativa ai 40 anni di crudele e paranoica dittatura del colonnello Muammar Gheddafi.
Ma gli avvenimenti di questa settimana hanno messo alla prova la funzionalità di questa opposizione che deve ancora fondersi, pur avendo sollecitato aiuti esterni per detronizzare il rais.
I ribelli hanno subito rovesci militari a Zawiyah e Ras Lanuf sotto la spinta della sempre più forte controffensiva governativa. Nel frattempo, i leader del consiglio di opposizione si contraddicono pubblicamente, e le richieste di aiuti esteri hanno approfondito le divisioni. C’è chi li considera indispensabili e chi non vuole neanche sentirne parlare.
”Io sono la Libia”, si è vantato Gheddafi dopo l’inizio dell’insurrezione, un’affermazione da megalomane, che rappresenta però uno dei principali ostacoli per i ribelli: trovare un sostituto di Gheddafi nel Paese che lui ha impersonificato.
Il problema delle capacità dell’opposizione sarà probabilmente decisivo per il destino della rivolta, che è surclassata dalle forze governative e afflitta da divisioni tribali che il governo, come sempre, sta cercando di sfruttare a suo vantaggio. Le forze ribelli, rileva il New York Times, sono spinte più dall’entusiasmo che dall’esperienza. L’opposizione ha praticamente implorato la comunità internazionale di riconoscerla, ma deve ancora organizzare le sue forze all’estero o imporre la sua autorità nelle regioni che nominalmente controlla.
”Abiamo bisogno di aiuto, militare o di altro genere, e la comunità internazionale a questo punto deve assumersi le sue responsabilità”, ha detto in una conferenza a Bengasi Abdel-Hafidh Ghoga, il vice-leader della leadership provvisoria. Mentre gli stati d’animo restano esuberanti in parti della Libia orientale perchè pochi credono che Gheddafi possa riconquistare una regione che per lungo tempo ha ribollito di rabbia contro di lui, a Bengasi, il porto sul Mediterraneo che è la seconda città della Libia, il clima è più cupo.
La sicurezza ha cominciato a deteriorarsi, mentre in lotananza si sentono sparatorie, aumentano i furti e le effrazioni e un gruppo di persone non identificate ha lanciato una granata contro un albergo che ospita giornalisti stranieri. Al fronte, distante tre ore e mezzo di macchina, i ribelli cercano di riorganizzarsi dopo le sconfitte subite dai governativi.
La logistica, ovvero rifornire il fronte, per i ribelli è un grosso problema. Stessa cosa per la leadership. Piccole unità di militari che dicono di essere appartenuti alle forze speciali ed ai paracadutisti dell’esercito libico sino sono uniti ai rivoltosi. Al fronte si vedono anche alcuni alti ufficiali, ma la magior parte dei ribelli è formata da banchieri, poliziotti e disoccupati, che hanno creato brigate entusiaste ma sfortunate.
”A parte alcune unità meccanizzate a Bengasi e Tobruk e battaglioni corazzati presso Bayda, le aree controllate dai ribelli non hanno mezzi sostanziali con cui affrontare le roccaforti di Gheddafi a Tripoli”, ha rilevato un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies di Londra, ”mentre le regioni pro-Gheddafi sono ben fornite di artiglieria, batterie antiaeree e formazioni meccanizzate”.
Così, mentre lo slancio militare sembra passare dalla parte del rais, i ribelli si trovano di fronte alla prospettiva di essere surclassati dai soldati e dalle armi di Gheddafi in quella che sembra essere sempre di più una guerra civile tra forze impari.
I leader dell’opposizione non sono d’accordo su molte cose, inclusa la formazione di un governo transitorio nel timore che potrebbe porre le basi per una divisione della Libia. Due di loro si sono incontrati con funzionari europei, ma il consiglio dei ribelli non è ancora riuscito a raggruppare in un fronte unito gli eterogenei e divisi gruppi di opposizione all’estero.
”Non c’è comunicazione tra i gruppi di opposizione e manca qualsiasi forma di leadership”, ha dichiarato a Dublino Adem Argic, un auto-esiliato della Fratellanza Musulmana. ”Ci sono gruppi di opposizione in Europa, negli Stati Uniti ed in alcuni Paesi arabi, ma ciascuno agisce per conto proprio. Sono stati compiuti tentativi per unificarli, ma sono falliti”.