Colpa della cosiddetta “instabilità politica” italiana? Sì e no. Per ora più no che sì. Il fatto, colpa o merito che sia decida ciascuno, è che l’Italia ha cancellato dalle entrate quattro miliardi di Imu e ne vuole cancellare altrettanti di Iva e vuole pagare alle imprese entro l’anno quaranta miliardi di debiti che Stato e Amministrazioni Pubbliche hanno verso le imprese. Il fatto è che l’Italia e il suo attuale governo vogliono fare questo e altro senza però davvero diminuire gli 840 miliardi di spesa pubblica. Quindi: entra di meno come gettito fiscale e dio solo sa se non è cosa utile e giusta. Però si spende come e più di prima in uscita. Ovvio che quando si vanno a chiedere soldi chi li presta chieda maggiori interessi a copertura del rischio i prestarli a te che spendi più di quanto incassi. E che vuoi incassare ancora meno l’anno prossimo (taglio del cuneo fiscale) ma non sai spendere un solo miliardo di euro in meno di denaro pubblico.
Non è l’instabilità politica, al contrario è un certo tipo di stabilità politica ed economica che ottiene e produce i soliti effetti: spendi tanto, dai qualcosa a tutti e poi fai tornare i conti o con le tasse o con il deficit. Con le tasse secondo la sinistra, con il deficit secondo la destra. Nulla di nuovo e infatti ci ribussano alla porta: la Bce, i mercati, la matematica. La Spagna non sta meglio di noi ma è percepita come più affidabile. Perché non ha come l’Italia un governo che oggi c’è e domani chissà. Ma soprattutto perché ha un piano e sta lavorando per far combaciare entrate e uscite. Noi no, in Italia no: in Italia l’unico piano è raccontarsi che sta finendo e che è l’ora di ridurre le tasse senza toccare la spesa.
Con questa idea ben salda e conficcata nella testa della pubblica opinione, con questi “trasversale” gestione e governo dell’economia, con questa “stabilità” a non dirsi mai la verità e a non turbare il grande seno della spesa pubblica che milioni e milioni di italiani allatta, insomma con la certezza che dalla crisi si esce senza dover poi cambiare i connotati al paese, si alimenta un’illusione, la grande illusione, illusione di maggioranza, anzi plebiscito di illusione perché tocca e coinvolge da chi vota Lega fino a chi vota M5S fino a chi non vota passando ovviamente per tutti gli altri elettorati.
L’illusione? Fuori dalla crisi? Se tutto va bene, tra sette/otto anni. Eccoli i veri conti del paese: rispetto al 2007 meno nove per cento di ricchezza prodotta. Meno 7,6% di consumi. Meno 27% di investimenti. Meno 25% la produzione industriale. Meno sette per cento abbondante l’occupazione (al netto dei cassa integrati). Pressione fiscale ufficiale al 44,5%, pressione fiscale per chi le tasse le paga davvero al 53,5%. Debito pubblico al 131,7% del Pil.
Non c’è più spazio per finanziare la spesa con le tasse, non c’è più spazio per finanziare la spesa con il debito. E quindi dalla crisi non si esce, anzi ci si resta dentro, se si continua a lavorare di tasse o di deficit e debito. Nove punti percentuali di Pil, quanti l’Italia ne ha oggi in meno rispetto al 2007, al ritmo del più un per cento che per ora è solo una speranzosa previsione per il 2014 forse 2015: cioè sette/otto anni per tornare a come stavamo nel 2007. Se tutto va bene e se va sottolineato una decina di volte. Questo ci promette, assicura e garantisce la stabilità che ci è consueta e cara: la stabilità dello spendere e distribuire senza limite e controllo, stabilità con oscillazione dalle tasse della sinistra al debito, potenzialmente insolvente, della sinistra.