In questo quadro agghiacciante, nei giorni scorsi un imprenditore toscano, Giuliano Melani, s’è comprato una pagina a pagamento sul “Corriere della sera” per invitare gli italiani che amano il loro paese ad acquistare titoli di Stato, nell’interesse loro oltre che dell’Italia, contrastando in qualche misura le pesanti tendenze all’aumento degli interessi e soprattutto la carenza di compratori, solo in parte e provvisoriamente compensata dagli acquisti della Bce e di altre istituzioni.
Tendenze che, peraltro, sembrano destinate ad accrescersi, anche per le nuove regole che non consentono più alle banche di considerare i titoli italiani “risk free” ma obbligano invece a contabilizzarli ai prezzi di mercato, ciò che indurrà diversi istituti, nostrani e stranieri, ad alleggerire la loro posizione in Btp.
L’appello di Melani ha avuto non pochi riscontri positivi, in primis da parte di alcune importanti aziende di credito che hanno promesso di non applicare commissioni per l’acquisto di titoli pubblici in un apposito “Btp day”. Il “Corriere” sta facendo una campagna sulla benemerita iniziativa e sarebbe opportuno che altre grandi testate percorressero la stessa strada, evitando meschini calcoli di primogenitura e concorrenzialità.
In ogni caso, non ci illudiamo: la scelta volontaria di sottoscrivere Buoni del Tesoro potrà riguardare qualche centinaio o qualche migliaio di italiani, forse qualcuno in più dopo le promesse dimissioni del Cavaliere, ma è assai improbabile che possa incidere in modo determinante sullo spread e sul collocamento del debito.
L’Italia ha livelli di ricchezza privata pro capite e di risparmio superiori a quasi tutti gli altri grandi paesi e anche un patrimonio pubblico cedibile notevole. Inoltre sta conoscendo una crescita delle esportazioni invidiabile, più 28,8 per cento nel secondo trimestre 2011 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ha un rapporto deficit/Pil migliore della maggior parte dei grandi paesi, esclusa Germania e Cina, prevede nel 2012 un avanzo primario pari al 2,6 per cento del Pil contro lo 0,8 della Germania il -2,1 della Francia e il -6,3 degli Stati Uniti.
Come dicono gli economisti, i “fondamentali” italiani sono piuttosto buoni. La grande e ricca Germania da un paio di mesi ha dovuto ridurre le sue previsioni di crescita del Pil (dal 2,9 nel 2011 all’un per cento o allo 0,8 nel 2012) e diversi altri indicatori economici segnalano peggioramenti. Il livello di indebitamento di Berlino (intorno all’85 per cento del Pil ma secondo alcuni commentatori in realtà questo dato andrebbe corretto e supererebbe il cento per cento) è inferiore al nostro ma nient’affatto trascurabile.
