L’approccio è quello del vincolo cartaceo e ragionieristico, con cui si vorrebbe erigere una illusoria barriera alla crescita della spesa. Il debito non va visto esclusivamente come una montagna da ridurre ma, nei limiti della sostenibilità, come scommessa sul futuro, fiducia sulla possibilità di conseguire degli obiettivi, di migliorare. Questo fanno ogni giorno gli imprenditori che si indebitano per le proprie aziende o le famiglie che finanziano gli studi dei propri figli. Una gestione equilibrata della finanza pubblica non ha bisogno, sotto il profilo metodologico, di modifiche costituzionali, ma di altri interventi.
Primo. Ripristinare procedure decisionali di finanza pubblica ordinate e trasparenti. Da circa un decennio ormai, nonostante la riforma della legge di contabilità (legge 196 del 2009), si assiste ad un far west senza regole. Decreti-legge finanziari che si susseguono senza limiti, scoordinati e pasticciati, in cui il decreto successivo modifica ciò che era stato stabilito dal precedente. Senza discussione, schiacciata dalla posizione della fiducia, ormai divenuta una prassi consolidata. Questo modo di procedere genera incertezza, che è la cosa che disturba più di ogni altra i mercati finanziari. La forma è sostanza. Stime trasparenti e coerenti, provvedimenti asciutti e ben motivati, rispetto dei tempi di discussione e approvazione. Questo dovrebbe fare un governo autorevole. Darebbe alle manovre grande efficacia.
Secondo. Dotare il Parlamento di strumenti idonei per verificare le proposte finanziarie del governo. La fase del ciclo della quantificazione degli oneri, attivata all’inizio degli anni novanta, è ormai superata. Il modello maggioritario, il federalismo e l’integrazione europea, richiedono un salto di qualità. Come negli Stati Uniti serve una sorta di CBO (Congressional Budget Office) capace di sviluppare una vera e propria dialettica sulle proposte del governo. Solo dal confronto paritario potranno emergere le ricette più idonee per rispondere ad una situazione in continua evoluzione, uscendo dalla finzione delle clausole di salvaguardia, della richiesta di chiarimenti e del nulla da osservare, che burocratizza il livello attuale della discussione.
Terzo. Il Governo deve avere corsie preferenziali adeguate per veicolare le proposte di finanza pubblica. Si può realizzare facilmente con un po’ di fantasia, intervenendo sui regolamenti parlamentari, nel senso indicato dalla riforma del 2009. Si eviterebbero i decreti-legge, i maxiemendamenti e le fiducie. E i cittadini potrebbero capire cosa si sta facendo.
