Cinesi e indiani, ben oltre due miliardi di persone, hanno sete. In particolare hanno sete di whisky scozzese. E i produttori del liquore non potrebbero essere più felici di dissetarli, a quanto informa Bloomberg. Un prodotto che fino a non molto tempo fa era al di fuori delle loro possibilitĆ economiche – tranne che per i ricchiĀ – ora ĆØ diventato molto più accessibile con le mutate condizioni economiche.
CosƬ in Scozia ora c’ĆØ fermento, e non soltanto nei contenitori del liquido ambrato. Con la sete di whisky di cinesi e indiani gli imprenditori contano di guadagnare una fortuna. Prendete il caso di David Thomson, il quale, 90 anni dopo che la Johnny Walker smise di produrre whisky nella distilleria di Annandale, ora vuole rimetterla in funzione. Con un capitale di 5 milioni di sterline (circa l’equivalente in euro), Thomson la riaprirĆ nel 2011. E’ anche una questione sentimentale, dice, essendo nato in un paesino della scozia meridionale ad una ventina di chilometri da Annandale.
Si sta investendo in Scozia più denaro nella produzione di whisky di quanto non si fece durante il boom dei tardi Anni Sessanta, secondo la Scotch Whisky Association di Edinburgo. La ragione ĆØ che cinesi e indiani, con le loro classi medie emergenti, hanno scoperto il whisky, che il liquore di malto sta diventando sempre più popolare e che quindi questa ĆØ un’occasione da non perdere.
Soltanto negli ultimi due anni le distillerie scozzesi hanno annunciato piani di espansione per un valore di 500 milioni di sterline, e il whisky ĆØ giĆ il principale prodotto di esportazione, escludendo petrolio e gas naturale.
Nel business della sete mondiale di whisky sono entrati da tempo anche i giapponesi con la marca Santori: ma nulla a che fare col prodotto scozzese. Il liquido che viene distillato oggi non può chiamarsi scozzese a meno che non sia vecchio di almeno tre anni, e per farlo diventare di malto ce ne vogliono altri sette. Inoltre, non può essere prodotto altro che in Scozia, come sanno tutti gli intenditori.
