Lord Browne of Madingley, ex chief executive, cioè capo supremo della British Petroleum, che nel 2007 perse il posto quando l’ex fidanzato di 27 anni, Jeff Chevalier, diede in pasto ai media la storia della loro relazione omosessuale(che rinominò Beyond Petroleum, Bp), si è confessato in un’intervista fiume rilasciata al Times Online, in occasione dell’uscita del suo libro “Beyond Business”, prevista per l’11 febbraio: «Sono più felice di quanto io non sia mai stato in passato e mi sento sorprendentemente fortunato».
John Browne, durante il suo regno sul colosso petrolifero (361 miliardi di dollari di fatturato, 25,6 miliardi di profitti, 91 mila dipendenti, 22 mila stazioni di servizio nel mondo, 18 miliardi di barili di petrolio di riserve nel 2008) lasciò il segno ribattezzandola da British petroleum Beyond petroleum, cioè Oltre il Petrolio, con una strizzata d’occhio alle energie alternative.
Ora Browne ripercorre per la prima volta la propria vita affettiva, soffermandosi sulle dolorose circostanze che lo costrinsero all’outing.
Le rivelazioni dell’amante, profumatamente pagate dal giornale che le riportò, ebbero una grandissima eco e fecero scandalo, anche perché venne fuori che Browne, soprannominato dal Financial Times «il Re Sole dell’industria del petrolio», aveva mentito riguardo al primo incontro con Chevalier, contattato attraverso un’agenzia di escort gay e non conosciuto per caso durante una innocente corsa nel Park.
Browne, che oggi ha 61 anni ed è il presidente della Tate Gallery, si dice soddisfatto dell’attuale incarico e della relazione sentimentale con il nuovo amante, l’ex banchiere della Goldman Sachs Nghi Nguyen, che prosegue da ormai due anni: «Tra noi c’è un legame molto forte basato sulla fiducia. Qualcosa che non credevo di poter trovare dopo il tradimento di Chevalier». L’outing pare averlo liberato da un grande peso, dalla necessità di nascondersi e mentire per poter sopravvivere nell’ambiente omofobico e maschilista dell’industria del petrolio.
Un settore che il vecchio “Re Sole” ha contribuito a rivoluzionare profondamente, realizzando la più grande joint venture della storia con gli oligarchi russi della Tnk e prendendo coscienza del problema del riscaldamento globale prima di ogni altro, con l’uscita dalla Global Climate Coalition (la lobby costituita dai petrolieri per far guerra agli ambientalisti) e il cambio di nomedella società.
Una lunghissima serie di successi gli aveva fatto conquistare per sei anni su sette il titolo di “industriale dell’anno”, ma proprio alla vigilia dello scandalo era stata parzialmente compromessa da alcuni errori. La Bp era stata, infatti, trascinata in tribunale dopo che nella raffineria di Texas City era scoppiato un incendio, in cui erano morte 15 persone e ne erano rimaste ferite 150. Aveva inoltre dovuto chiudere la produzione dei pozzi nei campi di Prudohe Bay, in Alaska, perché i tubi avevano cominciato a corrodersi e a minacciare l’ecosistema del territorio.
Dice Browne: «Ho sacrificato 40 anni della mia vita lavorando per la Bp. Dopo le mie dimissioni, per un periodo ho provato solo avversione e delusione per la mia carriera. Poi mi sono reso conto di quanto fosse sciocco e ora vedo tutto in modo molto più equilibrato».
La vocazione per gli affari nel settore petrolifero fu in realtà una sorta di eredità lasciatagli dal padre, che era stato ufficiale dell’’esercito britannico, ma aveva poi lavorato per anni per l’Iranian Oil Services (il tutto confluì poi nella BP), che si occupava di reclutare il personale per un consorzio di compagnie iraniane. Spedito in collegio all’età di 9 anni, Browne si scontrò subito con un ambiente «molto macho», dove «la disciplina trasformava i ragazzini in uomini adulti».
La madre, Paula, era un’ebrea ungherese che aveva perso la maggior parte della sua famiglia durante la seconda guerra mondiale ed era sopravvissuta per un intero anno nel campo di concentramento di Auschwitz. Browne aveva con lei un legame molto forte, tanto che quando il padre morì nel 1980 la invitò a trasferirsi da lui in America: «Non rimpiango quella decisione ma a quel tempo non compresi quanto avrebbe condizionato la mia vita. Mia madre restò a vivere con me fino alla sua morte, avvenuta nel 2000».
Durante il decennio precedente, intanto, il futuro “Re Sole” aveva vissuto nel Greenwich Village, dove aveva preso coscienza della propria omosessualità, se pur timidamente. Non arrivò mai, però, a “confessarla” ai genitori, che «probabilmente avevano capito tutto, ma semplicemente non volevano vedere», né a viverla apertamente.
Tre anni fa, la “vendetta” di Chevalier però, se causò da un lato il “tramonto” professionale, dall’altro lo liberò dalla menzogna in cui per decenni era stato costretto a vivere: «È come se mi fosse stata data un’altra possibilità e voglio investire il mio tempo in questa nuova relazione. (…) Le due diverse parti di me si sono finalmente riconciliate e ora posso davvero essere me stesso».