
ROMA – Responsabilità civile dei giudici? Il Parlamento riprova a porre la questione, e stavolta l’iniziativa non viene dal centrodestra ma, a sorpresa, dai banchi del Pd, da una proposta di legge firmata da Sandro Gozi, Roberto Giachetti e Franco Bruno (del Centro democratico).
Giovanni Bucchi su Italia Oggi racconta l’ultimo tentativo di evitare che “indipendenza” dei giudici diventi sinonimo di “irresponsabilità”, togliendo due dei sei filtri previsti nel procedimento per riconoscere la responsabilità civile dei magistrati: il filtro preliminare del tribunale e la “clausola di salvaguardia”:
“Quando ci provò il leghista Gianluca Pini con un emendamento approvato nel febbraio 2012, rischiò di cadere il governo Monti per quella modifica alla legge Vassalli 117/1988 che allargava la responsabilità civile dei giudici oltre ai casi di «violazione manifesta del diritto con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia«, anche alla «manifesta violazione del diritto» con la possibilità per il cittadino di citare in giudizio direttamente il magistrato.
Oggi, un anno e mezzo dopo, sono due deputati del Pd come il prodiano Sandro Gozi, da poco ‘convertitosi’ sulla via di Matteo Renzi, e il radicale Roberto Giachetti, a risollevare il tema, con una proposta di legge firmata anche da Franco Bruno, eletto col Centro democratico poi confluito nel Misto.
Secondo Gozi, Giachetti e Bruno, ci sono sei filtri previsti dall’attuale legge che, di fatto, impediscono di riconoscere la responsabilità civile dei giudici, norma «inapplicata in più di venti anni dalla sua entrata in vigore» come dicono nella presentazione, e come documentò il Corriere della Sera quando, a inizio 2012, scrisse che, dal 1988, sono state appena 406 le cause avviate dai cittadini contro un giudice, 34 dichiarate ammissibili con sole 4 condanne di magistrati.
Ma quali sono questi «filtri»? Innanzitutto, lo Stato come unico legittimato passivo della domanda risarcitoria, quindi il filtro preliminare del tribunale, l’esaurimento di tutti i mezzi di gravame verso il procedimento ritenuto dannoso, le ipotesi tassative di colpa grave con l’esclusione di ipotesi dovute ad attività di interpretazione di norme e valutazione di prove (la cosiddetta clausola di salvaguardia), infine i limiti all’azione di rivalsa.
Dunque, scrivono i tre di centrosinistra, non certo peones berlusconiani, «l’errore professionale del giudice è condizione necessaria ma non sufficiente perché egli sia ritenuto responsabile del danno cagionato», e ciò crea una situazione secondo la quale «il giudice è l’unico tra i professionisti del diritto a godere di una posizione di assoluto privilegio, poiché i suoi errori ricadono interamente sulla collettività».
Per un cittadino comune, ingiustamente danneggiato, rivalersi su un magistrato è quasi impossibile, anche perché quello che viene proposto è un «rimedio illusorio», essendosi creata una «barriera tra giudice e danneggiato» che «non è coerente con una concezione realistica di ciò che fa nella nostra realtà il giudice».
E qui arriva la citazione della sentenza del 13 giugno 2006 della Corte di giustizia dell’Ue, secondo la quale, dicono i tre, «non è compatibile con il diritto europeo l’esclusione della responsabilità civile nel caso in cui l’errore sia dovuto a un’errata interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto o delle prove», e questo «per scongiurare l’equazione indipendenza-immunità».
Detto ciò, Gozi, Giachetti e Bruno propongono di garantire l’indipendenza dei giudici «riconoscendo la legittimazione passiva in capo allo Stato», cioè niente azioni dirette contro singoli, e «subordinando l’azione all’esaurimento del procedimento in cui è stato tenuto il comportamento lesivo». Gli altri filtri «si tradurrebbero in un irragionevole sbilanciamento a favore dell’indipendenza, che cesserebbe tale per divenire vera e propria immunità, poiché farebbe guadagnare al magistrato uno status di assoluta irresponsabilità»”.
