ROMA – Rottamare i sessantottini, pilastro della gerontocrazia italiana: è la provocazione lanciata a Italia Oggi da Riccardo Puglisi, economista di area lavoce.info-Linkiesta-Renzi-Scelta civica-Fermare il declino. Nato a Mantova nel 1974, Puglisi è economista all’Università di Pavia e alla Bocconi, dopo un master alla London School of Economics.
Intervistato da Goffredo Pistelli, dichiara:
“È arrivato il momento di rottamare i sessantottini […] Perché hanno scalato posizioni di potere, in ambito mediatico, politico, universitario, sulla base di un concetto poco meritocratico […] non credo di essere molto lontano dal vero nell’affermare che il meccanismo di selezione di questa nuova élite era dato dal fatto stesso di trovarsi all’avanguardia di movimenti extraparlamentari nati a ridosso del 1968 (e fioriti negli anni ’70) come i marxisti-leninisti di Servire il Popolo, Lotta continua, Potere operaio
[…] Tra i marxisti-leninisti militavano Aldo Brandirali, Renato Mannheimer, Antonio Pennacchi, Antonio Polito, Barbara Pollastrini, Linda Lanzillotta e Michele Santoro. Dentro Lotta Continua stavano Marco Boato, Enrico Deaglio, Paolo Liguori, Luigi Manconi, Gad Lerner, Toni Capuozzo e Giampiero Mughini. Infine, Potere Operaio annoverava tra le sue fila Toni Negri, Massimo Cacciari, Francesco «Pancho» Pardi, Gaetano Pecorella, Paolo Mieli e Ritanna Armeni.
Puglisi ne fa una questione generazionale:
Era la generazione del «tutto subito», della «fantasia al potere», in effetti.
“Esatto, col piccolo dettaglio però che a fronte di questa fenomenale ascesa, non c’è l’idea di lasciare le posizioni acquisite. Questi non schiodano, come si dice”.
E detengono una quota importante di reddito nazionale…
“Quello è il problema. Negli anni ’90, come mostra appunto Bankitalia, il reddito di chi aveva fra 55 e 64 anni (nel 2010) è cresciuto molto di più di altre fasce di età. […] Questo 12% di Italiani se la passa decisamente bene ed è un peccato che Bankitalia non ci dica quanto Pil detengano. […] È la generazione delle nostre madri e dei nostri padri, che non ha prodotto cambiamenti epocali e si è imborghesita. Visto ex-post, il ’68 parrebbe un mezzo per raggiungere scopi personali più che sociali. […] Le generazioni successive, spesso caratterizzate da idee più meritocratiche, si sentono a disagio rispetto a metodi «decisi» per ottenere il potere, come quelli praticati nel ’68 e nel decennio successivo. Non li praticherebbero mai”.
Più importante il conflitto fra generazioni che quello fra fazioni politiche, secondo Puglisi, che plaude alla riforma Fornero delle pensioni:
“Anziché porsi il problema di come rimpiazzare questa generazione, anziché sul conflitto generazionale, si dividono ancora su vecchi principi destra-sinistra. Avrebbero dovuto gioire per la riforma delle pensioni Fornero-Monti o dovrebbero battersi contro pensioni di anzianità che si davano quando il debito pubblico non era stringente come adesso. Per esempio dovrebbero chiedersi quanti, della gerontocrazia sessantottina, oggi percepiscono le famigerate pensioni d’oro.
I punti di riferimento di Puglisi: la meritocrazia contro il solidarismo e Matteo Renzi contro i “rottamandi”:
“la meritocrazia […] è un concetto difficile da vendere. Si dà più spesso credito ai temi solidaristici ma che sono assai spesso lavoro delle lobbies […] Assai difficile. Matteo Renzi, per un po’ l’ha fatta. In una prima fase è stato ostinato, ha portato avanti questo discorso con forza, come direbbero i sessantottini (ride) ma poi, essendosi impelagato nella successione alla segreteria Pd, ha attenuato molto questo fattore. Peccato. Anche se continua a piacermi, a parte questa mossa molto tattica e poco strategica”.