Dopo aver combattuto e vinto il tumore una donna su quattro cambia vita e lascia il compagno. Su 400mila donne italiane che guariscono dal cancro al seno il 25% dice addio al partner perché nella maggioranza dei casi si è dimostrato inadeguato a questa prova. Cinquecento (pari al 5%) hanno avuto figli dopo il tumore e il 40% ricomincia a lavorare a due mesi dalla diagnosi.
A rivelarlo è l’Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), che ha presentato al Senato il libro “Ho vinto io”.
«Il tumore alla mammella – spiega Carmelo Iacono, presidente nazionale Aiom – è sempre più diffuso nel mondo, ma la sua mortalità è in costante diminuzione. In Italia, negli ultimi 5 anni nelle donne al di sotto dei 49 anni è scesa dell’11,2%, anche se la riabilitazione è ancora carente sul nostro territorio, visto che è assicurata in 4 strutture su 10».
Negli ultimi anni si è assistito ad una ‘rivoluzione’ nell’approccio alla malattia e alla vita che le pazienti condudono durante e dopo. «La gravidanza ne è un esempio – aggiunge Francesco Cognetti, direttore del dipartimento di Oncologia dell’Irccs Regina Elena – Fino a 10 anni fa veniva sconsigliata perché il carcinoma della mammella può risentire dei livelli di estrogeni e alcuni farmaci della chemioterapia possono indurre una menopausa precoce». Gli studi clinici mostrano invece oggi che «le ex pazienti non sono più esposte al rischio di recidive – prosegue Cognetti – e non esistono controindicazioni per la maternità dopo il cancro al seno. Un dato importante, visto che il 40% delle donne che si ammala non é ancora diventata mamma».
Rimangono però dei problemi. In particolare sul lavoro. nonostante il 40% ricominci lavorare a due mesi dalla diagnosi e il 74% a due anni, il 35% si sente discriminato, dicono i dati dell’Aiom, secondo cui i diritti previsti dalla legge a tutela del paziente per il reinserimento sul lavoro non sono ancora conosciuti e utilizzati da tutti, e il 25% deve adattarsi a mansioni diverse quando ritorna.