IL CAIRO, EGITTO – E’ forse possibile definire prematura la fine della luna di miele, ma il fatto è che i rapporti tra i militari egiziani e i ribelli che hanno rovesciato Hosni Mubarak, assieme al resto della popolazione, non stanno andando affatto bene. E dire che non stanno andando affatto bene è dire poco, almeno stando a quanto si sente e si vede nelle strade e nelle piazze del Cairo e di altre città.
Un blogger è stato recentemente arrestato per aver ”insultato i militari”. I difensori dei diritti umani hanno detto al New York Times che negli ultimi due mesi migliaia di persone sono state arrestate e processate davanti a tribunali militari. I protestatari sono stati torturati e le attiviste sono state sottoposte a quelli che vengono eufemisticamente chiamati ”accertamenti della verginità”.
Stanchi di questo stato di cose, ovvero della casta militare che a tutti gli effetti pratici governa il Paese, decine di migliaia di dimostranti sono tornati venerdi e nella notte di sabato nella storica piazza Tahrir, inscenando una delle più vaste dimostrazioni da quando Mubarak se n’è andato lo scorso 11 febbraio. La protesta è stata chiamata, minacciosamente, ”il venerdi dell’avvertimento”. Avvertimento contro chi non è difficile capire.
Il perchè lo può spiegare qualsiasi egiziano che abbia rischiato la vita per cacciare Mubarak. Da quando i militari hanno assunto il controllo dell’Egitto, la loro immagine di difensori della rivoluzione contro l’ancien regime si è notevolmente offuscata a causa di azioni che riflettono il sistema autoritario del passato piuttosto che un progetto per un futuro democratico. E sono in molti a dirlo.
La protesta nelle ore piccole di sabato è stata repressa con consueta violenza. I soldati hanno invaso la piazza Tahrir picchiando centinaia di manifestanti con manganelli e sparando in aria con armi automatiche per disperderli. Secondo l’Associated Press, le truppe hanno trascinato via un numero imprecisato di dimostranti caricandoli sui loro camion verso destinazioni ignote.
I critici dei militari sostengono che essi sono o indisposti o incapaci, o entrambe le cose, di dare vita ad un’era di riforme democratiche, di fine della corruzione e di abolizione del ruolo brutale della polizia. ”L’esercito e il popolo non sono in sintonia – ha scritto in un post il blogger arrestato, Michael Nabil, che ora deve affrontare un processo segreto con la prosperttiva di essere condannato a tre anni di prigione. Ha poi detto: ”Finora la rivoluzione è riuscita a sbarazzarsi del dittatore, ma la dittatura continua ad esistere”. Un’affermazione condivisa da molti egiziani.
Sayyid Hozayen, un uomo df’affari, 51 anni, che era a piazza Tahrir sabato notte, ha detto: ”A mio giudizio il consiglio militare che ci governa è un sostenitore del vecchio regime di Mubarak. Ne erano parte e ora lo difendono con tutti i mezzi a loro disposizione”. L’attenzione di egiziani e osservatori internazionali è centrata sul Consiglio Supremo delle Forze Armate, collettivamente, ma non del tutto, facente funzioni di presidente e circondato da una cortina di segreto. Fa quello che vuole, dove, come e quando.
”Non solo i suoi membri sono stati nominati da Mubarak”, dice Mustapha Kamel el-Sayyid, docente di scienze politiche all’American University of Cairo, ”ma per loro aver rimosso Mubarak è sufficiente. Non occorre molto altro”.
A capo del Consiglio, come leader supremo, è il maresciallo Mohamed Hussein Tantawi, 75 anni, vecchio amico ed alleato di Mubarak. Alla manifestazione di piazza Tahrir, per la prima volta Tantawi è stato insultato e beffeggiato dalla folla, che ha chiesto le sue dimissioni. ”Dittatore, dittatore, ci senti? Tu sarai il prossimo”, urlavano i dimostranti. Chi pensa che la rivoluzione egiziana sia finita probabilmente si sbaglia.
Prima che Tantawi visitasse Washington nel 2008, l’ambasciata americana al Cairo – ha appreso Wikileaks – lo ha descritto come ”anziano e refrattario al cambiamento”. Nello stesso messaggio, l’allora ambasciatore Usa Francis Ricciardone, un esperto di affari egiziani, rilevò che ”Tantawi e Mubarak vogliono la stabilità del regime e il mantenimento senza limiti di tempo dello status quo fino alla fine dei loro giorni. Essi, semplicemente, non hanno l’energia, la predisposizione o la visione del mondo tali da fare le cose in modo differente”.
E aggiunse: ”Tantawi è soprattutto preoccupato per per l’unità nazionale, ed ha contrastato qualsiasi iniziativa politica che considera suscettibile di incoraggiare ogni spaccatura di tipo politico o religioso nella società egiziana”. Insomma, la democrazia per Tantawi non è adatta all’Egitto.