Siria, 750 morti. Governo, ”Stiamo domando la rivolta, il peggio è passato”

Bouthina Shaaban, portavoce di Assad

BEIRUT, LIBANO – Oltre 750 civili sono stati uccisi in Siria da quando a metà marzo è scoppiata la rivolta contro il dispotico regime del presidente Bashar Assad, a quanto ha reso noto martedi un’associazione per la tutela dei diritti umani, mentre le truppe governative continuano a mietere vittime nel tentativo di schiacciare la protesta nazionale.

Il conto delle vittime è stato fatto da Ammar Qurabi, capo dell’Organizzazione Nazionale per i Diritti Umani in Siria, il quale ha riferito all’Associated Press di avere i nomi e le cause della morte della carneficina avvenuta in varie aree del Paese. Come raffronto, secondo un’altra organizzazione i morti durante la rivolta in Tunisia sono stati 219, e la cacciata di Hosni Mubarak in Egitto è costata 846 morti.

Qurabi ha dichiarato che migliaia di persone sono state arrestate, almeno 9 mila delle quali sono ancora in carcere. Assad ha scatenato le sue forze, truppe e carri armati, per cercare di soffocare la rivolta che pone la più seria minaccia al dominio incontrollato della sua famiglia per 40 anni.

Forse a scopi propagandistici anche per la comunità internazionale – che contro Assad non ha finora preso alcun provvedimento – la portavoce del presidente, Bouthaina Shaaban, ha dichiarato ad un giornalista fatto entrare in Siria per poche ore (agli altri è vietato l’ingresso) che il governo sta avendo la meglio sui rivoltosi. Si tratta di un segnale, rilevano gli analisti, secondo cui il regime crede che riuscirà a domare la rivolta, che in effetti sta dando segni di sbandamento dinnanzi al numero degli uccisi e degli arrestati.

”Spero che stiamo assistendo alla fine di questa vicenda – detto la portavoce – perchè credo che abbiamo superato la fase più pericolosa”. Le sue parole fanno luce sui piani di un governo che ha bandito gran parte dei giornalisti dalla Siria da quando è cominciata la rivolta.

Mentre quasi tutto il mondo considera i disordini una domanda popolare per profondi cambiamenti in uno dei più autoritari Paesi del Medio Oriente, la Shaaban ha definito i rivoltosi ”banditi armati”, definizione sulla quale si è basato il governo per giustificare la sua feroce repressione.

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lgermini