Tunisia. La forza del partito Ennahda suscita timori di un altro Iran

Rachid Ghannouchi, leader del partito Ennahda

TUNISI – Per vent’anni, sotto il ferreo regime del dittatore tunisino Zine el-Abidine Ben Ali, gli islamisti del partito Ennahda, sono stati imprigionati, torturati, esiliati e terrorizzati. Ma da quando il despota è stato cacciato a furor di popolo lo scorso febbraio, l’Ennahda è uscito dalla clandestinità, i suoi leader sono rientrati dall’estero ed è diventato attualmente la forza politica più potente nella Tunisia post-rivoluzionaria.

Ma nonostante le sue ripetute assicurazioni di tolleranza e moderazione, con la sua ascesa sono cominciate a circolare voci di attacchi ad artisti e donne senza velo, a bar e bordelli saccheggiati da picchiatori del partito, e di complotti per trasformare il Paese in un califfato. Con le attese elezioni del 24 luglio, la popolarità e la capacità organizzativa di Ennhada preoccupa molti attivisti e uomini politici, i quali temono che la rivoluzione laica tunisina – quella che ha dato inizio alla cosiddetta ”Primavera Araba” – possa essere soffocata da un governo islamico conservatore.

E proprio come la rivolta tunisina è stata il preambolo di quella al Cairo, gli analisti osservano attentamente quali ripercussioni potrà avere l’ascesa dell’Ennhada tunisina in Egitto, dove la Fratellanza Musulmana sta diventando altrettanto potente e provoca gli stessi timori. ”Come pensate che possiamo andare contro l’Ennhada?”, ha chiesto al New York Times un disperato stratega dell’Alleanza Repubblicana, un partito laico. ”Loro sono pronti a fare qualunque cosa”.

Con anni di esperienza organizzativa, vaste adesioni e decenni durante i quali era considerata il peggior nemico di Ben Ali, Ennhada ha dimostrato di essere più pronta di qualsiasi altro partito – la maggior parte dei quali esistono solo da qualche settimana – a riempire il vuoto creato dalla caduta della dittatura. Per questo motivo e dar tempo agli altri partiti di organizzarsi l’Alleanza Repubblicana ha chiesto il rinvio delle elezioni. ”Andare a votare il 24 luglio significa fare un favore a Ennhada, sarebbe un suicidio politico e porterebbe alla creazione di un altro Iran”, ha detto un esponente del partito.

L’Ennhada definisce tutte le paure infondate. ”Noi vogliamo una società libera, aperta, moderata dove tutti i cittadini avranno gli stessi diritti”, ha dichiarato Abdallah Zouari, portavoce del partito e membro del comitato esecutivo, precisando che il partito garantirà uguali diritti per uomini e donne, per musulmani e non-musulmami”.

I sondaggi indicano che Ennhada (Rinascenza in arabo) è il più popolare di tutti gli altri circa 60 partiti autorizzati. Il suo settimanale, L’Alba, ha ripreso le pubblicazioni in aprile dopo 20 anni e secondo funzionari del partito vende 70 mila copie. Il voto di luglio darà vita ad una assemblea incaricata di riscrivere la costituzione, e nell’aspettativa delle elezioni il partito ha aperto dozzine di uffici, mentre gli imam promuovono Ennhada in tutte le moschee del Paese.

La sfiducia nel partito è però diffusa. ”Dicono una cosa e ne intendono un’altra, e tutti lo sanno”, dice Ibrahim Letaief, un commentatore alla popolare stazione radio Mosaique FM che critica aspramente Ennhada. ”Ha solo moderato la sua retorica per avere più voti – dice – ma una volta al potere imporrebbe la legge islamica”.

Nour Ayari, 19 anni, dice che voterà per Ennhada, non credendo a chi teme che nasconda tendenze fondamentaliste. ”Perchè dovrebbero cambiare dopo le elezioni?” chiede. E poi, prosegue, gli avversari di Ennhada hanno ancora dentro di loro quello che definisce ”il riflesso Ben Ali”, intendendo che se Ennhada dovesse cambiare volto e rimangiarsi le promesse sarebbe cacciato come è stato cacciato il dittatore.

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lgermini