
ROMA – “Si è consumato ieri nel tribunale correzionale di Mulhouse – scrive Mauro Zanon di Libero – l’ultimo e amaro capitolo della storia di un uomo che ha investito 27 anni della sua vita per ottenere giustizia: la storia di un padre francese che non si è dato pace finché non è riuscito a portare davanti alle autorità giudiziarie del suo Paese il carnefice di sua figlia”.
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André Bamberski è stato condannato a un anno di prigione con la condizionale, con l’accusa di aver fatto rapire nel 2009 il cardiologo tedesco Dieter Krombach, l’uomo che sedusse e sposò la sua ex moglie e nell’estate del 1982 violentò e uccise con un’iniezione intravenosa sua figlia Kalinka, a Lindau, in Germania.
Era la notte tra il 18 e il 19 ottobre del 2009 quando Krombach fu trovato sanguinante e con i piedi e le mani legate di fronte al tribunale di Mulhouse, vicino al confine con la Germania.
Fino a quel giorno, circolava ancora liberamente sul suolo tedesco, nonostante la condanna in contumacia a quindici anni di prigione, emessa dalla Corte d’Assise di Parigi nel 1995, che dopo dieci anni di istruttoria e la riesumazione del corpo di Kalinka per una seconda autopsia lo dichiarò colpevole di omicidio.
La prima autopsia del1982, nel corso della quale vennero prelevati campioni di tessuto degli organi genitali di Kalinka, sfociò nel nulla. La giustizia tedesca si limitò a porre qualche domanda per telefono a Krombach e archiviò il caso in poco tempo.
Ma la versione delle autorità giudiziarie tedesche, secondo le quali la morte della giovane ragazza sarebbe stata causata da un’insolazione, dalle conseguenze di un incidente d’auto o forse da un’overdose, non convinse il padre.
Nel 1984, due anni dopo la morte di sua figlia, Bamberski decise di sporgere denuncia in Francia, dando inizio a una lunga battaglia condotta in solitaria contro l’ingiustizia.
Ha scritto a Chirace a Schröder, ha organizzato manifestazioni, ha fondato l’associazione “Justice for Kalinka” per sensibilizzare l’opinione pubblica sul suo caso, ma niente, nemmeno in seguito alla sentenza del 1995.
In virtù del principio della res iudicata, la Germania negò l’estradizione e la giustizia tedesca archiviò nuovamente il caso. E intanto, condannato dalla giustizia francese per “atti di violenza intenzionali”, ma libero in Germania, Krombach perseverava nelle sue abitudini perverse.
Nel 1997, arrivò un’altra condanna per violenza sessuale ai danni di un’altra sua paziente, in circostanze simili a quelle che avevano causato la morte di Kalinka.
Ma nemmeno in questo caso la Germania prese in considerazione l’estradizione del cardiologo.
Nonostante ciò, Bamberski continuò ancora per dodici anni a combattere con tutte le sue forze contro l’ostruzionismo delle autorità giudiziarie tedesche, intraprendendo tutte le vie legali possibili, lui che da credente non cercava vendetta ma solo giustizia.
Poi, nel 2009, la decisione di farsi giustizia da sé, mettendo fine a una storia trentennale di mala giustizia e di pessima diplomazia tra due Paesi democratici e influenti come Francia e Germania.
Con la complicità di altre tre persone, Bamberski organizzò il rapimento di Krombach, trasportandolo oltre il confine affinché potesse essere giudicato dalla giustizia francese. Tre anni dopo, il cardiologo fu condannato a quindici anni di reclusione.
Il dovere è superiore al diritto? La risposta è nell’arringa dell’avvocato di Bamberski: «Non aveva il diritto di fare ciò che ha fatto, ma ne aveva il dovere morale».
