
ROMA – “Quasi 6 americani su 10 – scrive Paolo Valentino sul Corriere della Sera – bocciano la gestione di politica estera di Barack Obama. In particolare il 52% di loro disapprova il modo in cui il presidente sta affrontando la crisi irachena. E se poco piรน della metร si dice dโaccordo con la decisione della Casa Bianca di inviare 300 consiglieri militari a Bagdad, il nuovo sondaggio New York Times/Cbs News rivela una crescente mancanza di fiducia in Obama e nella sua leadership da parte dellโopinione pubblica, angosciata dalla prospettiva di un altro lungo e costoso coinvolgimento degli Stati Uniti in Medio Oriente”.
L’articolo completo:
Cโรจ una paradossale contraddizione, nella caduta delle illusioni e delle aspettative che accompagnarono lโelezione e la rielezione di Barack Obama. Sul fondo, infatti, gli americani condividono con gli interessi la riluttanza del presidente a impegnare la piรน potente macchina militare del mondo in nuove avventure allโestero. Ma allo stesso tempo, desiderano che qualcuno ricordi loro sempre che lโAmerica รจ ancora la prima Superpotenza del pianeta.
Eโ in questo varco, nel quale confluiscono realtร strategiche, velleitร , sensibilitร patriottica, conti con la Storia e vanitร personali, che uno strano revival ha trovato fertile terreno, dilagando nelle ultime settimane sui media e nella conversazione politica globale, non soltanto negli Stati Uniti.Alimentato dalla crisi in Iraq, dove lโinsurrezione islamica minaccia lโesistenza del regime di Al Maliki, ormai privo del back up americano, il ritorno di fiamma della ยซclasse del 2003ยป, i leader politici e gli intellettuali che decisero e sostennero lโavventura irachena, รจ lโesotico corollario che accompagna il rovello vero e drammatico su cosa fare per impedire lโavanzata dellโestremismo sunnita.
Come riportati in vita da un elettroshock, i neocon del Project for the New American Century sono tornati, disinvolti nel rovesciare sullโamministrazione Obama tutta la responsabilitร dellโattuale disastro iracheno. ยซRaramente un presidente si รจ sbagliato su cosรฌ tante cose e a spese di cosรฌ tantiยป, ha scritto lโex vicepresidente Dick Cheney, principale architetto della guerra, suggerendo che Obama avrebbe ยซabbandonatoยป lโIraq di fronte alla minaccia di al Qaeda. Secondo Paul Bremer, il primo plenipotenziario americano subito dopo lโinvasione, lโuomo che sciogliendo le forze di sicurezza irachene gettรฒ le premesse dellโanarchia, lโAmerica ha perduto ogni influenza politica con la decisione di ritirarsi nel 2011.
Ma forse la voce piรน autorevole in questo sforzo di amnesia collettiva รจ stata quella dellโex premier britannico Tony Blair, che al pari di Cheney non ha mai concesso uno spiraglio al dubbio: ยซDobbiamo liberarci dalla nozione che siamo stati noi la causa di tutto. Non รจ cosรฌยป. In veritร , rispondendo alle critiche rivoltegli dal Financial Times che ha definito assurdo il suo rifiuto ad assumersi ogni responsabilitร , Blair ha corretto il tiro, ammettendo che si, lโIraq del 2014 ยซporta parzialmente lโimprint della rimozione di Saddam Husseinยป. Ma ha anche sottolineato due punti importanti: primo che รจ stata la decisione americana di non intervenire in Siria a favorire la riorganizzazione della guerriglia jihadista, secondo non รจ affatto detto che, alla luce delle primavere arabe, senza intervento non ci sarebbe stata rivoluzione in Iraq, dove ยซSaddam avrebbe probabilmente reagito alla maniera di Bashar Assadยป. Ma il nodo centrale resta il 2003: fu lโinvasione dellโIraq lโorigine di tutto? Abbiamo chiesto a uno dei protagonisti di allora, lโex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer, che oppose un no argomentato e mai ostile allโamministrazione Bush, in questo differenziandosi sia da Gerhard Schrรถder che da Jacques Chirac. Fu lui, nel febbraio 2003 alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, a guardare in faccia un esterrefatto Donald Rumsfeld, il capo del Pentagono, seduto a pochi metri, pronunciando il celebre ยซI am not convincedยป.
ยซNon cโรจ dubbio โ dice Fischer al telefono da Berlino โ che il peccato originale dellโattuale caos nel Grande Medio Oriente sia stata lโinvasione dellโIraq. Scambiando i loro desideri per la realtร , i neocon dimenticarono che la caduta di Saddam Hussein avrebbe creato un vuoto che nessuno di loro indicรฒ come riempire. E fa un poโ ridere che oggi, guidati proprio da Blair e Cheney, tirino fuori dalle tombe della Storia le stesse tesi errate per criticare Barack Obama. Sono loro i principali responsabili dellโattuale disastro, perchรฉ con la riuscita destabilizzazione dellโIraq si รจ creato un vuoto di potere nellโintera regione, che le primavere arabe hanno poi aggravato. Il paradosso interessante รจ che il vuoto da loro stessi creato non solo ha aperto la strada allโegemonia regionale dellโIran, ma costringe lโAmerica, sia pur con riluttanza, a riavvicinarsi a Teheranยป.
Eppure, Fischer non assolve Obama, il quale a suo avviso ha una parte importante di colpa, quella di ยซaver ordinato un ritiro troppo affrettato delle truppe da Bagdadยป e di aver tenuto ยซun atteggiamento troppo passivo nella crisi siriana, dove ha fissato inutilmente un limite, senza poi trarne le conseguenzeยป. In questo senso Fischer, confermando le sue simpatie per lโinterventismo progressista, si dice dโaccordo con Robert Kagan, lo storico conservatore che in un recente saggio su New Republic ha teorizzato che ยซle Superpotenze non si ritiranoยป, suggerendo un approccio piรน muscolare in politica estera per gli Stati Uniti. Lโarticolo di Kagan ha cosรฌ innervosito Obama, che il presidente lo ha invitato a colazione alla Casa Bianca per discutere con lui del ruolo dellโAmerica nel mondo . Ma non sembra che le posizioni si siano avvicinate.
