Con il decreto competitività aumenta pure la benzina. Franco Bechis, Libero

L’articolo di Franco Bechis

ROMA – “C’è una nuova sorpresa – scrive Franco Bechis di Libero – nel testo finale del decreto legge sulla competitività approvato la scorsa settimana dal consiglio dei ministri. Sorpresa naturalmente si fa per dire, perché si tratta dell’ennesima nuova tassa che calerà sulla testa degli italiani”.

L’articolo completo:

E non di una tassa qualunque, la più classica di tutte: l’aumento della benzina. L’ha deciso ora il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Con una tecnica nuova però: quando sulla testa degli italiani arriverà una nuova stangata, il governo attuale non ci sarà più. No, non stiamo a fare i gufi. Nessuna previsione di caduta del governo Renzi prima della fine di questa legislatura.

Il fatto è che l’aumento della benzina scatterà proprio dopo le prossime naturali elezioni politiche. Lo prevede un decreto di oggi, ma quando si metteranno le mani pesantemente in tasca degli italiani, chi a quel momento sarà a palazzo Chigi (magari Renzi stesso una volta eletto), potrà allargare le braccia e dire «Non è colpa mia. È ancora eredità del passato», e figurati se qualcuno andrà a spulciare chi aveva scritto la norma quattro anni prima. Renzi si è inventato anche questa: una tassa futurista.

È prevista a copertura del credito di imposta per investimenti in beni strumentali nuovi, che dovrebbe essere uno dei fiori all’occhiello del governo per rilanciare le imprese e consentire sviluppo e naturalmente nuova occupazione. Poi a leggere la norma come è stata scritta è meglio mettere da parte grandi aspettative.

Il credito di imposta del 15 per cento vale solo per investimenti di importo unitario superiore ai 10 mila euro e quindi gran parte della piccola impresa sarà esclusa dal beneficio. Il credito di imposta poi non sarà immediato, ma spalmabile in tre anni, e quindi la convenienza anche delle medie imprese ad utilizzarlo sarà assai scarsa: si prendono le briciole in quel modo. Tradotto in parole povere: se l’investimento l’avevi già programmato, ti prendi quel piccolo sconto del 5 per cento all’anno per tre anni che ti concede il governo.

Ma se non avevi intenzione di fare quell’investimento, non sarà certo uno sconticino che in un qualsiasi esercizio fanno anche a un perfetto sconosciuto a farti cambiare idea. Non bastasse questo saldo- beffa, il decreto prevede in più un bel groviglio burocratico che fa saltare ogni convenienza a quell’investimento.

«La prima quota annuale», scrive infatti l’articolo che dovrebbe rilanciare le imprese, «è utilizzabile a decorrere dal primo gennaio del secondo periodo di imposta successivo a quello in cui è stato effettuato l’investimento. I fondi occorrenti per la regolazione contabile delle compensazioni esercitate ai sensi del periodo precedente sono stanziati su apposito capitolo di spesa nello stato di previsione del ministero dell’Economia, per il successivo trasferimento sulla contabilità speciale n. 1778 – Agenzia delle Entrate – Fondi di bilancio».

Cioè investi oggi, e fra due anni forse e fra mille costi e fatiche cominci a prenderti quello sconticino del 5 per cento all’anno. Una presa in giro più che un aiuto.

E meno male che Renzi aveva giurato di rivoltare come un calzino la burocrazia. Con norme così si fa un monumento alla casta di chi vuole mettere sempre i bastoni fra le ruote di tutti per fare pesare il proprio ruolo. Fatta con i piedi la norma, però è la stessa tecnica inventata da Tremonti che fu crocifisso all’ inizio del secondo millennio proprio da chi oggi la riscrive. E alla Tremonti ter si rifà la relazione illustrativa del provvedimento, immaginando che la copertura di quel credito di imposta arrivi dall’aumento (8,2 miliardi di euro) degli investimenti grazie allo sconto concesso.

È la norma successiva invece che si copre con la benzina. L’idea è quella di concedere un allargamento dell’ Ace per le società che si vogliono quotare in borsa (una delle prime sarà Eataly di Farinetti). Il vantaggio fiscale per le quotande attraverso crediti di imposta a regime (dal 2019) varrà da 140 a 148 milioni di euro. E a coprire la somma sarà la benzina pagata a Farinetti e agli altri imprenditori che vogliano quotarsi dagli italiani.

Così recita il testo del decreto:«Agli oneri derivanti dal presente articolo, pari a 27,3 milioni nel 2015, 55,0 milioni nel 2016, 85,3 milioni nel 2017, 112,3 milioni nel 2018,140,7 milioni nel 2019,146,4 milioni nel 2020 e 148,3 milioni a decorrere dal 2021, si provvede(…) mediante aumento,a decorrere dal 1˚ gennaio 2019, disposto con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli da adottare entro il 30 novembre 2018, dell’aliquota dell’accisa sulla benzina e sulla benzina con piombo, nonché dell’aliquota dell’accisa sul gasolio usato come carburante…».

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Gianluca Pace