
VENEZIA – “Qualcuno emigra, altri si son trovati bene e restano – scrive Malcom Pagani del Sole 24 Ore – ย Zoccole, nutrie, pantegane. Qui al Lido di Venezia, semplicemente sรณrze. I ratti li hanno avvistati in fondo all’isola, tra le dune degli Alberoni, nelle spiagge in cui anni fa, con delibera comunale che provocรฒ ovazioni a sinistra e alberghiera disperazione in un’indefinita destra, l’ex sindaco Orsoni โ prima di perdere la propria โ restituรฌ libertร di transito gratuita a uomini e ciabatte. Ora i topi si sono spostati e zingareschi pascolano felici sugli arenili che un tempo vedevano morire Dirk Bogarde sotto lo sguardo di Visconti e oggi, nel viale intitolato a una gloria nazionale omaggiata con il Nobel, subiscono lo scalpiccรฌo di un promiscuo traffico di russi, autoctoni, famiglie con il pranzo al sacco e roditori occasionali a loro agio tra le Crocs”.
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Adesso che persino le scarpe preferite da George Bush assaporano la crisi, per traversare i viali che ospitano il Festival, immaginare i premi che verranno e riconoscere nel profilo dei Leoni in dote la creatura che il Conte Volpi si inventรฒ in pieno Ventennio, non basterebbero trampoli da carnevale veneziano. In Laguna รจ tutto fermo da un pezzo. Prigioniero il Comune, commissariato in relazione alle conseguenze bibliche del Mose. Abbandonato il progetto del porto turistico piรน grande d’Europa, la nuova Darsena da mille posti che sarebbe dovuta sorgere a San Nicolรฒ. Sepolto il progetto del nuovo Palazzo del Cinema e immobile lo scheletro del vecchio Ospedale al Mare (acquistato allo scopo, in una complicata partita di giro, dagli amministratori locali) perchรฉ dopo aver stabilito a spanne una cifra di 130 milioni di euro per l’edificazione di un Palais che avrebbe dovuto competere con l’omologo di Cannes (la Corte dei Conti segnalรฒ sprechi in tema per circa un terzo della cifra), scavo dopo scavo, nella zona adiacente al Casinรฒ, si trovรฒ amianto in generosa quantitร . Chiuso da anni lo storico Hotel Des Bains perchรฉ in un panorama di crateri, arresti e schiavettoni, anche la societร incaricata di riconvertirlo in appartamenti, la EstCapital SGR, รจ stata messa in amministrazione controllata e i vecchi arredi (dal trumรฒ del Settecento al frigorifero in finto oro) puoi comprarli in Rete, dal signor Moreno Belloni, o in alternativa spostarti di una ventina di chilometri e andare a toccare con mano la svendita del mito direttamente a casa sua, in localitร Fossalta di Piave.
In questo orizzonte di sottrazioni, ipocrite doglianze e personaggi da borsa nera costantemente in bilico tra farsa, tragedia e commedia all’italiana, passato tradito e futuro repentinamente tramontato camminano in coppia, indifferenti al contesto, come i Carabinieri. La decadenza del luogo eletto da Lord Byron e D’Annunzio aspetta di mostrarsi al mondo a fine estate come accade con pause impercettibili dal 1932. Le locandine dei giornali esposte fuori dalle rare edicole del Lido presentano l’edizione numero 71 della Mostra sventolando volto e filosofia del direttore Alberto Barbera. Barbera, biellese giร al timone tra il 1999 e il 2001 e poi nuovamente alla guida dal 2012 in coda al settennato di Marco Mรผller, parla di ยซprimato dell’estetica sull’economiaยป e insieme al suo principale sponsor in Biennale, l’ex ministro e presidente Paolo Baratta, รจ impegnato a salvare il salvabile, ammodernare l’esistente, razionalizzare gli spazi, sognare duemila metri quadri per impiantare un mercato degno di questo nome che possa competere con l’aggressiva concorrenza di Toronto e โ passo piรน complicato โ dimenticare propositi gigantisti, vane promesse della politica, nastri tagliati e pietre poste sul cammino del grande domani diventato preistoria in un amen. Coperto il famigerato buco ed eliminato l’amianto, in attesa di veder sfilare Al Pacino e Naomi Watts e ascoltare la musica della solita rimpatriata di settore sullo “stato” precario del cinema italiano, Barbera si รจ affidato alla melodia di Alexander Desplat, compositore francese e nume tutelare di una giuria chiamata a valutare l’ultima opera di Iรฑรกrritu, il Pasolini di Abel Ferrara o il trittico nazionale. I cuori affamati di Saverio Costanzo, Anime nere, il capolavoro annunciato di Francesco Munzi o il Leopardi di Martone.
Comunque vada, nonostante la gogna popolare del pubblico cinefilo verso i prodotti autoctoni sia solo una e non la piรน evidente tra le peculiaritร festivaliere, non vedremo piรน Lietta Tornabuoni salvare Citto Maselli (ma non il suo ginocchio) dalle manganellate della Polizia, Zavattini sollevato di peso (con tutta la sedia) da quattro gendarmi o in stagioni giร piรน quiete, Michele Placido, accusato di fare film con Berlusconi, chiedere retoricamente a una cronista: ยซMi spiega lei da chi cazzo mi dovrei far finanziare?ยป. Non sbarcano piรน dalle lance Ciriaco De Mita e Franco Carraro e la Mostra non รจ piรน “fascista e borghese” come โ per dirla con Arbasino โ gridavano i lugubri “sloganatori” del Sessantotto, ma come ogni altra cosa intorno a sรฉ, รจ diventata post-ideologica. Da una parte il cangiante valore dei film. Dall’altra il panorama del Lido. I soliti ristoranti modesti e carissimi. La solita ruvida ospitalitร in cui il cliente ha sempre il sinistro sospetto che a dargli un nudo pasto gli stiano facendo il piรน prezioso tra i favori. I soliti sponsor che celebrano serate di gala in cui, come nel Caro Diario di Moretti, non sarebbe lunare veder comparire un simil Helmut Berger ยซdirettamente in mutandeยป. I soliti alfieri del carrozzone Rai. I soliti giornalisti che si affollano per la cena inaugurale nella tensostruttura dell’Excelsior e riempiono piatti e tasche per i giorni difficili. E poi, neanche fossimo in un affresco di Rino Gaetano, maschi piรน o meno forti, spose in bianco, ministri puliti, buffoni di corte e โ eterno tributo del Lido a De Sica โ ladri di biciclette. ยซLa leghi bene, le rubanoยป, ti dice il noleggiatore, e senza lasciarti altro tempo per scherzare aggiunge furtivo: ยซLo fanno, lo fannoยป.
