
ROMA – “La Festa dell’Unità è un’arma a doppio taglio” scrive Giampaolo Pansa su Libero: “Renzi la vuole far rinascere, ma è un rischio: nel’92 la base si rivoltò contro Occhetto e nel’94 il più acclamato fu Montanelli”.
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«Ti hanno invitato alla Festa nazionale dell’Unità?». Era la domanda che negli anni Ottanta e Novanta si rivolgevano i cronisti politici dei grandi quotidiani. L’essere chiamati a dibattere nella principale festa di partito era un titolo d’onore anche per chi non la pensava come il Pci. Ma la kermesse del Partitone rosso faceva gola a tutti.
E suscitava l’invidia della Balena bianca democristiana. La Dc si era inventata la Festa dell’Amicizia, ma la trovata, sempre un po’ melanconica, non reggeva il confronto con la bolgia dei raduni comunisti. Un trionfo di tortellini, carne sulla brace, vini pregiati, belle ragazze rosse e delegazioni politiche arrivate anche dall’estero.
Poi tutto finì con la morte del comunismo all’italiana. Perché ne riparliamo oggi? Perché Renzi Piè Veloce sabato ha deciso che le feste del Partito democratico, esangue imitazione di quelle del Pci, dovranno chiamarsi di nuovo Feste dell’Unità. Ma il premier è troppo giovane per sapere che quelle di un tempo potevano rivelarsi anche trappole politiche dove i big delle Botteghe Oscure rischiavano di apparire dei pirlaccioni. Come accadde nella festa nazionale del 1992, un anno tragico per il giovane Pds e per il suo leader, Achille Occhetto.
A causa di una feroce inchiesta giudiziaria: quella di Tangentopoli.
All’inizio del luglio 1992, Baffo di ferro era stato costretto a correre a Milano dove lo aspettavano due ruvidi confronti con la base del Partitone, infuriata per aver saputo che anche dei dirigenti rossi ambrosiani avevano intascato mazzette.
Il primo si svolse il lunedì 6 luglio in via Volturno, nei locali della federazione. Qui trovò i compagni che tenevano in piedi la struttura del Pds nelle fabbriche e negli uffici.
Achille venne assalito da una domanda ripetuta in tutti gli interventi: «Compagno segretario, sapevi o no delle tangenti prese da noi?». Sgomento, Occhetto rispose: «Non lo sapevo. E non sono un ingenuo. Anche se talvolta ho sentito puzza di bruciato». Il martedì 7 luglio, Baffo di ferro fu costretto a presentarsi di nuovo in via Volturno. E si trovò di fronte il Comitato federale di Milano, molti segretari di sezione e un bel po’ di militanti autoconvocati e super incavolati. Uno di costoro, Nello Paolucci, gli parlò con ira accorata: «Oggi non possiamo più dire che siamo quelli delle mani pulite. Forse neppure prima potevamo dirlo. Ma non eravamo mai stati presi con le dita nella marmellata!». Altri compagni andarono all’assalto chiedendo al segretario: «Tu sostieni di non aver saputo nulla di quello che stava accadendo a Milano. Non è verosimile. Ma se lo dici come leader del partito, noi siamo costretti a crederti». Occhetto, stravolto, rispose come aveva risposto il giorno precedente:«I fatti emersi io non li conoscevo». Trascorsero due mesi e l’8 settembre 1992 andai a Reggio Emilia, alla Festa nazionale dell’Unità. Il direttore della festa, Francesco Riccio, mi aveva precettato per uno dei tanti dibattiti politici. Il tema dell’incontro era «Questione morale e partiti». Gli altri dibattenti erano Antonio Bassolino e Mariangela Grainer, dirigenti del Pds, Leoluca Orlando, allora leader della Rete, e il socialista Valdo Spini.
Moderatore: Gad Lerner, l’eroe televisivo di «Milano, Italia». Tutto si svolgeva sotto il tendone principale della festa, stracolmo di gente. Quando arrivò il mio turno, Lerner prese spunto dal calendario e mi chiese di parlare dell’8 settembre dei partiti italiani.
Ero uno scriteriato, più o meno come oggi. E sostenni che Tangentopoli segnava la fine dei gruppi dirigenti del momento, compreso quello del Pds.
Aggiunsi che anche Occhetto doveva andare a casa. Non poteva dire «Non sapevamo delle mazzette, io non lo sapevo». Delle due l’una: o era troppo ingenuo o era un bugiardo matricolato. In entrambi i casi non era in grado di guidare un grande partito d’opposizione. E aveva l’obbligo di dare le dimissioni. Confesso che mi aspettavo una tempesta di fischi. E invece, con meraviglia, venni accolto da un uragano di applausi.
Non credevo a quel che stavo vedendo: un migliaio di persone,tutte in piedi, che approvavano con sadico entusiasmo il mio azzardo. E quello fu soltanto l’inizio di un dramma che nessuno aveva previsto. All’alba del 9 settembre, Piero Fassino, allora alto dirigente delle Botteghe Oscure, venne svegliato da una furibonda telefonata di Occhetto. Il segretario gridava, imbufalito: «Sai che cosa ha fatto ieri sera a Reggio Emilia il tuo amico Pansa?». Piero balbettò: «Non so niente, Achille…». «Ha chiesto le mie dimissioni per le tangenti milanesi, dicendo che sono un bugiardo o uno sciocco ingenuo. E i compagni si sono alzati in piedi applaudendo! Questo è inaccettabile. Ti avverto che non andrò a Reggio per il comizio conclusivo della festa. Il partito ci mandi un altro!».
Anch’io cominciai a ricevere telefonate assurde. Ero il condirettore dell’Espresso e mi accusavano di essere il ferro di lancia di un complotto ordito dall’ingegner Carlo De Benedetti e da Claudio Rinaldi, il direttore del settimanale. Il solo a essere cortese fu Walter Veltroni, il direttore dell’Unità. Gli avevo guastato l’unico giorno di vacanza al Festival del cinema di Venezia. Ma ci tenne a garantirmi di aver raccomandato al giornale che la risposta alla mia spacconata fosse «rispettosa». La difesa pubblica del segretario toccò al compagno Massimo D’Alema che Occhetto riteneva implicato nel complotto contro di lui.
Il 17 settembre, sempre alla festa di Reggio Emilia, nel corso di cento minuti di intervista pubblica con Paolo Mieli, il nuovo direttore del Corriere della sera, il numero due del Pds scandì: «Le parole di Pansa mi hanno indignato. È stato un attacco immotivato, pretestuoso, persino sciocco». Poi la ragion di partito s’impose.
E il malmostoso Achille si rassegnò a concludere la festa nazionale di quell’anno. Prenda nota Matteo Piè Veloce: anche le rinate Feste dell’Unità possono riservare sorprese di tutti i tipi. Ne rammento una che si concluse con il trionfo di un ex avversario rimesso all’onor del mondo: Indro Montanelli. Era il settembre 1994 e il grande Cilindro (85 anni) si era staccato da Silvio Berlusconi e aveva fondato un nuovo quotidiano, La Voce. Il Partitone rosso lo invitò alla festa nazionale che si teneva a Modena, per un’intervista condotta da Mieli, Gianni Rocca, il condirettore di Repubblica, Michele Serra, Max D’Alema e da me. Uno spettacolo quasi surreale, davanti a un pubblico sterminato, tutto di compagni rossi diventati adoratori di un campione del giornalismo reazionario, adottato dalla sinistra per il suo braccio di ferro con il Cavaliere.
Ci volle un’ora per lasciare la festa. Quando arrivammo alla vettura che doveva riportarlo a Milano, Montanelli mi prese in disparte e chiese: «Dimmi la verità, Pansa. Quando le Brigate rosse mi spararono alle gambe anche tu hai pensato: purtroppo non l’hanno ammazzato». Sorpreso, gli giurai che non era vero. Indro scosse la testa: «Non me la conti giusta, Pansa». Replicai: «Non farmi incazzare, venerato maestro!». Montanelli si tranquillizzò: «Ti credo.Però almeno la metà dei comunisti che stasera mi hanno portato in trionfo l’avranno di sicuro pensato». Gli sorrisi: «Questo non lo so. Ma possiamo tornare al tendone e chiederglielo…». Indro scosse la testa e concluse, sornione: «Meglio di no. Non bisogna mai guastare un evento storico. Sei d’accordo con l’aggettivo?». «Certo, caro Indro: storico. Scriviamolo sui nostri giornali. E tutti ci crederanno».
