Francois Hollande ferito. Due volte. Bernardo Valli su Repubblica

Francois Hollande fu ferito. Due volte. Bernardo Valli su Repubblica (Ap-LaPresse)

PARIGI – “La doppia ferita di Hollande che fa tremare la Francia” è l’articolo che Bernardo Valli su Repubblica dedica alla difficilissima situazione in cui si è andato a ficcare il presidente francese Francois Hollande, l’uomo che alla testa del Partito Socialista ha vinto le elezioni nel maggio 2012.

A due anni e mezzo da quella data che appare ormai remota, esattamente alla metà del suo mandato, Hollande ha straperso le elezioni amministrative di marzo, ha perso le elezioni europee di maggio, ha battuto tutti i record di impopolarità ed è già stato costretto a fare importanti cambi al governo, nominando il “Renzi francese” Manuel Valls primo ministro a marzo, subendone le dimissioni il 25 agosto e poi dovendone accettare le condizioni per fargli ritirare le dimissioni, nominando il suo collaboratore Emmanuel Macron a ministro dell’Economia al posto di Arnaud Montebourg, considerato troppo di sinistra.

Per Valli, la doppia ferita di Hollande è quella dell’impopolarità e del mancato sostegno del suo partito:

NEL mezzo del quinquennio, François Hollande si scopre fragile nelle due espressioni democratiche di una società politica occidentale del Ventunesimo secolo: quella d’opinione e quella rappresentativa. Da questa scomoda situazione del presidente socialdemocratico gli avversari conservatori traggono il pretesto per annunciare una crisi del regime. Le Figaro, che ne interpreta le idee, chiede di dare la parola al popolo: scioglimento del Parlamento o dimissioni, oppure scioglimento e poi dimissioni. La richiesta è dura e un po’ precipitosa. Ma non pochi socialisti, delusi dal presidente troppo liberale, “che fa una politica di destra”, sono altrettanto severi. E potrebbero negare il voto al loro governo. A sinistra anche Libération annuncia la crisi di regime, con una fotografia in cui Hollande è sull’attenti sovrastato da un macigno che potrebbe schiacciarlo.

La breve crisi di governo ha provocato un forte trauma politico. Il più brusco e inatteso da quando François Hollande è all’Eliseo. Dopo due anni e mezzo di politica incerta, di esitazioni, di rinvii, di dichiarazioni sibilline, il presidente ha picchiato infine il pugno sul tavolo. Il Paese si è stupito. Finalmente agisce, hanno pensato in molti.

MA ALLORA ha carattere! Altri hanno deplorato che abbia avuto l’energia di cacciare i ministri disubbidienti, a loro avviso i migliori. I più coraggiosi. Hollande la pensava diversamente. Il più critico era il ministro dell’Economia, Arnaud Montebourg. Non ha avuto il tempo di dimettersi perché l’hanno cacciato. Quello dell’Educazione, Benoît Hamon, e quella della Cultura, Aurélie Filippetti, hanno avuto la stessa sorte. La loro arroganza, irriverenza, indisciplina avrebbero raggiunto per Hollande un livello insopportabile. Forse non ha sopportato la loro franchezza.

Le cronache hanno tuttavia subito rivelato che l’improvvisa collera e la rapida sanzione non erano dovute tanto a François Hollande quanto al focoso Manuel Valls. Lui, Valls, il primo ministro, ha puntato i piedi e ha preteso di sciogliere il governo e di riformarne un nuovo più fidato. È lui, insomma, che ha imposto la sua volontà al presidente. Forse perché considerato il “più a destra”, Valls era da tempo il più popolare dei leader socialisti. All’improvviso, quando è diventato primo ministro, ha visto precipitare i consensi come se la vicinanza con Hollande fosse contagiosa.

Nessun presidente della Quinta Repubblica ha fatto peggio: neppure un francese su cinque (17 per cento) approva la sua azione, né il suo stile, che al momento dell’elezione, nella primavera 2012, appariva sobrio, rassicurante, riservato dopo l’agitato Nicolas Sarkozy. Ma ben presto il neo presidente non si è rivelato adeguato alle ambizioni di una monarchia repubblicana quale è quella francese. La quale esige dal suo sovrano di turno non poche qualità. La democrazia d’opinione non l’ha risparmiato.

Con l’impopolarità, annunciata dai continui sondaggi, essa ferisce profondamente un leader, lo fragilizza, rende meno credibile il suo operato, senza però che siano intaccate le legittime istituzioni, su cui si basa la democrazia rappresentativa, il vero potere espresso dal Parlamento anche in un sistema semi presidenziale come quello francese. La Costituzione voluta circa mezzo secolo fa dal generale de Gaulle protegge il presidente. È una corazza difficile da scalfire. Adesso essa disinnesca la minaccia della crisi di regime gridata dalle destre, quella moderata e quella estrema. In un sistema parlamentare la vulnerabilità è maggiore.

La fronda dei tre ministri socialisti (sostituiti ieri all’Economia, all’Educazione e alla Cultura, da personaggi di sicura obbedienza) rispecchia quella di non pochi dirigenti e militanti del partito. Hollande è impopolare anche tra i suoi. In Parlamento potrebbe quindi mancare un cospicuo numero di voti. Il governo non ha bisogno della fiducia. La legittimità gli proviene dal Presidente eletto al suffragio universale diretto. È sfiduciato soltanto se c’è una mozione promossa dalla maggioranza assoluta dei deputati presenti o no nell’emiciclo. Una sola volta in più di mezzo secolo (nel 1962 con il primo ministro Georges Pompidou) il governo fu bocciato all’Assemblea Nazionale. Visto il crescente numero di frondisti socialisti, per non correre rischi Manuel Valls dovrà comunque ricorrere spesso all’articolo 49.3 (che esenta dal voto ma non da un’eventuale mozione di sfiducia) per far approvare nei prossimi due anni e mezzo le leggi.

Sarà una precauzione umiliante, perché significherà che il presidente non può fidarsi del suo partito. Se si arrivasse a una improbabile crisi di governo e ci fossero nuove elezioni il centro destra probabilmente le vincerebbe. E il presidente risulterebbe dimezzato, perderebbe molti suoi poteri, e dovrebbe convivere con un governo ostile. Per i socialisti sarebbe un suicidio.

La cattiva situazione economica è all’origine della sfaldamento del partito socialista. Arnaud Montebourg, l’impertinente ministro cacciato dal ministero dell’Economia, non metteva in discussione gli sforzi compiuti da François Hollande in favore delle imprese e della politica dell’offerta. Non contestava i quarantun miliardi accordati appunto alle imprese, ma chiedeva che quell’elargizione destinata a stimolare l’economia fosse riequilibrata con provvedimenti a favore delle famiglie. Voleva che un terzo delle risorse fosse usato per ridurre il deficit di bilancio, un terzo per rianimare le imprese, e un terzo per le famiglie. L’equazione appariva al resto del governo irrisolvibile, ma era al centro della disputa.

Arnaud Montebourg non era e non è il campione della sinistra socialista. Non aveva rifiutato le misure adottate nel 2012 per accrescere la competitività delle imprese. Non condivideva l’accusa della sinistra del partito che le considerava eccessive e inefficaci. Ma condannava la mondializzazione e l’accettazione delle regole liberali europee, difese da Berlino. Criticava la riduzione forzata dei passivi di bilancio. Per lui era un’aberrazione economica, un’assurdità finanziaria, una politica sinistra. L’ha detto in una recente intervista a Le Monde. Deprecava insomma la politica d’austerità in vigore nella zona dell’euro. Le ultime critiche al suo governo, sempre più precise e a tratti provocatorie, ne hanno fatto l’alfiere della sinistra, anche se non lo era mai stato. Ed è quindi stato sempre meno gradito da Manuel Valls, campione della corrente liberale; e un tempo addirittura favorevole a togliere la definizione socialista al nome del partito. Il mondo internazionale degli affari (Financial Times e Wall Street Journal) spera che la partenza dal governo francese di Montebourg consenta di realizzate le riforme strutturali, spesa pubblica e mercato del lavoro in particolare, finora rinviate in Francia. Berlino spera che a Parigi si registrino meno critiche nei confronti della politica tedesca.

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