
ROMA – La Honda Italia vuole dieci milioni di euro dal suo ex vice presidente esecutivo italiano, Silvio Di Lorenzo. E non li vuole soltanto da lui, ma anche da sua moglie (Giovanna), dai suoi due figli (Francesco e Matteo) e da altri tre soci dell’ex manager. Si tratta di soldi che, secondo la multinazionale giapponese, sono spariti dai conti dello stabilimento produttivo che ha sede in Abruzzo (ad Atessa), per finire nelle casse di quattro società gestite dalla “famiglia Di Lorenzo” e nelle tasche dello stesso manager.
Scrive Giuseppe Caporale su Repubblica:
Dieci milioni che potevano essere utilizzati per «fare investimenti e creare lavoro fuori e dentro l’azienda» e invece sono svaniti per colpa del «sistematico comportamento illecito» del loro ex vice presidente che oggi tra l’altro ricopre il ruolo di presidente della Camera di Commercio di Chieti (incarico ottenuto su indicazione di Confindustria). E quando l’associazione locale degli industriali, poche settimane fa, ha annunciato di confermare Di Lorenzo alla presidenza dell’ente pubblico, il gruppo giapponese in aperto dissenso con questa scelta, ha comunicato anche la sua uscita dall’associazione industriale italiana.
È tutto scritto in una denuncia di settanta pagine presentata al tribunale delle imprese dell’Aquila. Di Lorenzo dopo dodici anni di “dominio assoluto” è andato in pensione nel 2012, annunciando trecento licenziamenti e trentasette milioni di perdite, in uno stabilimento che conta 800 dipendenti e la produzione di meno di 100 mila pezzi l’anno. E quando i dirigenti giapponesi hanno iniziato ad aprire i suoi cassetti, è saltato fuori di tutto. La Honda ha così deciso di sporgere denuncia e chiedere il risarcimento dei danni.
Nell’esposto sono raccolte centinaia di documenti: fatture (alcune delle quali per «operazioni inesistenti o gonfiate»), mail imbarazzanti inviate dallo stesso Di Lorenzo, contratti, visure camerali, atti notarili, lettere e disposizioni aziendali, tutto per dimostrare il “sistema illecito” — secondo la multinazionale — messo in piedi dal loro “manager italiano”.
Scrive la Honda nell’esposto redatto dai legali Salvatore Orlando e Andrea Gangemi: “Di Lorenzo non esitò ad abusare dei poteri per beneficiarne in prima persona. Tra i numerosi documenti che ha tenuto occultati alla società, approfittando anche della sua posizione di direttore del personale e degli affari generali e legali, ne sono stati trovati alcuni che riguardano il suo rapporto di lavoro con la Honda. Si tratta di lettere con le quali si è autonomamente aumentato lo stipendio. In una di queste datata 1 aprile 2008, firmata in qualità di vice presidente esecutivo, propone a se stesso un aumento di 2.581 euro mensili. Lui risponde scrivendo sempre a se stesso per accettazione, con tanto di chiosa finale: («Grazie di cuore»), agendo perfino con scherno nei confronti della società. Con un profitto «illecito» da 311mila euro.
E poi ci sono otto milioni di euro che Di Lorenzo avrebbe affidato a diverse società «prive di qualsivoglia competenza» partecipate a loro volta dalla holding della famiglia di Lorenzo. «Assume in questo contesto rilevanza il ruolo svolto dalla Isola srl — scrivono i legali — utilizzata dolosamente per costituire e acquisire partecipazioni in numerose società che l’ex amministratore infedele ha fatto diventare fornitrici di Honda Italia. La sede legale di questa holding si trova presso l’abitazione dello stesso Silvio Di Lorenzo, e le quote societarie appartengono ai due figli e alla moglie».
Di Lorenzo davanti a queste accuse preferisce replicare con una nota: «Nascondere l’attuale situazione di stallo dello stabilimento, le evidenti difficoltà, addossando le colpe ad altri non mi sembra il modo giusto di affrontare il problema. Sono entrato nel 1982, quando si producevano 10mila moto all’anno con 200 dipendenti. Tra il 2006 e il 2008 abbiamo raggiunto il record di produzione. Oggi sento parlare di fermi produttivi e cassa integrazione. Scriverò al presidente Mr Nakamura per ricordargli che le decisioni aziendali sono state condivise negli anni con altri nove dirigenti italiani, con il comitato esecutivo, con il cda della società».
