
ROMA – Forse già oggi si saprà se il costo della rottamazione renziana dei manager delle aziende controllate dal Tesoro potrà essere ridimensionato. Come? Tassando di più le buonuscite milionarie dei vertici, cominciando dai 23 milioni di euro appena liquidati agli ex numeri uno di Eni, Enel, Terna e Finmeccanica (all’ex ad di Poste, Massimo Sarmi spetterebbero 6 milioni, ma il cda ha preso tempo).
Il meccanismo è contenuto in un emendamento al “decreto Irpef” presentato dalla senatrice Linda Lanzillotta (Sc): un’aliquota aggiuntiva del 25 per cento sulle somme “extra” erogate agli amministratori delegati e ai direttori generali (escluso il Tfr) che a fine mandato lasciano la guida dei grandi gruppi pubblici.
Scrive Carlo Di Foggia sul Fatto Quotidiano:
La strada però è tutta in salita. La modifica è stata depositata la scorsa settimana nelle commissioni Bilancio e Finanze riunite, dove il decreto è in discussione. Giovedì sera, però, il testo è stato respinto dopo che il governo aveva espresso parere contrario. Oggi il “decreto Irpef” arriverà in aula per la discussione generale, in serata, o al massimo mercoledì, dovrebbero essere votati gli emendamenti. “Ripresenterò la modifica e questa volta i giochi saranno alla luce del sole. Il Pd dovrà decidere da che parte stare visto che finora è stato molto evasivo”, spiega Lanzillotta. Se passasse la sua proposta, già da quest’anno l’aliquota massima salirebbe al 68 per cento (dal 43 attuale).
Visti i 5,45 milioni incassati da Alessandro Pansa (Finmeccanica), gli 8 milioni portati a casa da Paolo Scaroni all’Eni, l’assegno da 2,4 milioni staccato da Terna a Flavio Cattaneo e i 7 milioni liquidati da Enel a Fulvio Conti, con la nuova norma circa 15 milioni finirebbero nelle casse dell’Erario. E questo solo considerando i recenti rinnovi delle cariche imposti da Matteo Renzi. La cifra è infatti destinata a salire visto che la norma si applicherebbe a tutte le società controllate dallo Stato, quindi anche alle municipalizzate. “Non parliamo di manager che vengono cacciati, ma che non vengono riconfermati – spiega Lanzillotta – Non si capisce perché chi ha guidato un’azienda pubblica con stipendi d’oro debba ricevere bonus milionari una volta concluso il lavoro”. Indennità di fine mandato, clausole risarcitorie e di non concorrenza, e bonus legati ai risultati trasformano i manager in uscita in Paperoni. “Si tratta di importi decisi autonomamente dalle singole società, e allineati al mercato”, ha già fatto sapere il Tesoro, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata proprio da Lanzillotta in cui si chiedeva al governo di intervenire visto che “non risulta che simili clausole siano previste per gli amministratori di società controllate da azionisti privati”.
Eppure il Tesoro è pur sempre l’azionista di maggioranza e, secondo Lanzillotta, potrebbe imporre un po’ di “sobrietà” alle controllate. Non a caso il governo ha previsto un tetto (240 mila euro lordi l’anno) per gli stipendi dei nuovi presidenti. Tetto dal quale sono invece esonerati i manager delle società quotate in Borsa (come Eni, Fin-meccanica e Enel) e quelle che collocano obbligazioni (Poste e Ferrovie). “In molti casi, gli amministratori delegati assumono anche la carica di dirigenti – aggiunge Lanzillotta – per cui i bonus aumentano”. Alessandro Pansa, a suo tempo, aveva rinunciato alla buonuscita da amministratore delegato, ma avendo lasciato anche la carica di direttore generale, Fin-meccanica gli ha dovuto liquidare ben 5,5 milioni di euro come “indennità compensativa e risarcitoria”. “Ho preso atto – spiega Lanzillotta – che lo strumento della tassazione è l’unico rimasto per riportare una maggiore ‘giustizia sociale’. Che poi è il titolo del decreto legge”. La palla ora torna a Pd e governo.
