
ROMA – “Stanchi, assetati, disorientati, tanti tra gli sfollati che fuggono le zone dei combattimenti verso nord – scrive Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera – letteralmente non sanno più dove andare. Se ne incontra un rivolo incessante sulla strada che dalla regione curda di Erbil conduce verso Mosul, in questo momento la città più importante caduta nelle mani della rivolta sunnita”.
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Le loro storie sono diverse di caso in caso, talvolta contraddittorie. Ma una narrativa ha il sopravvento: per lo più non fuggono per timore dei gruppuscoli fondamentalisti legati allo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, ma piuttosto paventano di restare coinvolti nell’offensiva lanciata dall’esercito del premier sciita Nouri al Maliki. «I miliziani sunniti sono arrivati a Mosul. Ma a noi civili quasi non ci guardano. Sono a caccia della polizia e del regime. Il fatto positivo è che finalmente hanno tolto quei maledetti posti di blocco militari che da anni ci avvelenavano la vita», racconta Abbas Thamer, un operaio 31enne arrivato tra le poche tende di Khazer, il piccolo campo organizzato dall’Onu e diverse associazioni non governative a metà strada tra Mosul ed Erbil, ma già nelle regione controllata dai peshmerga, la forza militare dell’enclave autonoma curda. Marzio Babille, responsabile di Unicef (l’agenzia Onu per l’infanzia) al momento nelle zone curde, ricorda che gli sfollati «dovrebbero essere poco meno di 500.000» nel settentrione iracheno. «Si muovono in continuazione, cercano di evitare si stare nei campi. Difficile censirli», specifica.
I più spaventati visti ieri pomeriggio arrivavano diretti da Tel Afar, la città tra Mosul e il confine siriano, persa dai governativi tre giorni fa e dove adesso infuria la battaglia. «Il problema maggiore è rappresentato dai bombardamenti aerei. Le bombe cadono anche nel centro della zona urbana, non si può viaggiare. Forti scontri avvengono nella zona dell’aeroporto. Le forze di Dash (come qui chiamano gli estremisti sunniti che operano anche in Siria, ndr.) sono asserragliati tra le case. Ma l’aviazione di Maliki spara in modo indiscriminato. Io ho nove figli. Con mia moglie abbiamo preferito prendere il nostro furgone e fuggire», spiega Mohammad Abbas, 40 anni, mostrando l’interno del veicolo gremito di bambini piccoli. Valige, coperte, bottiglie d’acqua donate dall’Unicef e riserve di cibo legate nel bagagliaio e alla rinfusa sul tetto. Il caldo del pomeriggio trasforma l’abitacolo in un forno.
Diversa però è la storia di Ahmad Youssef Farraj, poliziotto 29enne dagli occhi ancora dilatati dalla paura: «I terroristi sunniti sono ben armati e ancora meglio organizzati. Dispongono di liste con i nostri nomi. Hanno ucciso a sangue freddo due miei fratelli che erano militari. A un mio amico poliziotto hanno tagliato la testa per la strada. Ti fermano, controllano la tua carta di identità e se trovano il tuo nome ti sparano sul posto. Mia madre ha detto che erano venuti a casa nostra per catturarmi. Ho dovuto scappare nei campi per evitare le strade uscendo da Mosul. Ora la mia speranza è raggiungere l’aeroporto di Erbil e prendere l’aereo per Bagdad. Via terra è impossibile».Una famiglia di turcomanni racconta di avere avuto esperienze molto diverse. Alcuni militanti sunniti avrebbero minacciato le ragazze che non indossano il velo. Ma altri, all’apparenza baathisti che richiamano le forze armate del vecchio regime di Saddam Hussein, hanno messo uomini di sentinella alle chiese. Sembra stiano anche cercando di regolare la carenza di benzina: ogni automobilista ha diritto a 20 litri. Alcuni parlano di uffici pubblici e scuole aperte. Ma altri denunciano rapine alle banche e la totale impunità per i gruppi di ragazzi armati, più ladroni che rivoluzionari.
