Maggioranza a rischio overbooking. Marco Conti, Il Messaggero

Matteo Renzi

ROMA – “Avanti c’è posto – scrive Marco Conti del Messaggero – ma mica tanto, perché ormai «siamo all’overbooking», come sarcasticamente racconta Beppe Fioroni la fila davanti alla porta di palazzo Chigi e del Nazareno“.

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Tutti ansiosi di entrare nella grande maggioranza che sta facendo le riforme economiche ed istituzionali e la legge elettorale. Tutti con qualche senatore da mettere a disposizione. Un paio potrebbe offrirli Sel, dopo la pantomima di ieri pomeriggio vissuta da un partito che ha destituito il suo capogruppo non perché ha votato in dissenso, ma perché accusato di intelligenza con il nemico di sempre: il Pd.
INCORPORAZIONI
Il primo però a non credere che Matteo Renzi stia facendo scouting dentro Sel è lo stesso Nicky Vendola. «Non credo», spiega il governatore pugliese dopo la veloce riunione del gruppo nella quale ha silurato Gennaro Migliore. La ”colpa”, sostiene il coordinatore del partito Nicola Fratoianni, è quella «di aver dato un significato politico a questo voto». Meglio, quindi, un voto dato a caso che uno in odore di filo-renzismo. Il problema per Sel è aver perso la narrazione che ormai è tutta renziana, e che ieri sera lo stesso Gennaro Migliore cercava sul terrazzo dell’hotel Bernini discutendo con il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini. Scissione vicina, quindi, dentro Sel. Il problema – che riguarda però anche la Lega, come i centristi di Scelta Civica e il M5S – è come tenere a bada quella che è diventata un’attrazione fatale verso l’ex sindaco di Firenze alla quale, per primo non ha saputo resistere – manco a dirlo – Silvio Berlusconi. Archiviato il progetto di una costituente alla sinistra del Pd, spediti a Bruxelles tre eurodeputati, due in quota Repubblica e uno in quota Ferrero, a Sel rimane il compito di interrogarsi in riunioni di autocoscienza con domande facili del tipo ”da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo”, perché la linea della «opposizione responsabile», sancita dalla Direzione, imbarca acqua. Si inizia oggi con la riunione della segreteria che dovrà trovare un nuovo capogruppo magari in grado di indicare una rotta che eviti la diaspora e non spinga il partito a bussare alle porte del Pd dove la sinistra interna non è certamente pronta ad accoglierli a braccia aperte. «Non so cosa faranno – spiega Stefano Fassina – ma certamente il progetto di una nuova costituente della sinistra è fallito».
Più o meno lo stesso problema che ha sul fronte opposto il blocco moderato che va dal Ncd a Scelta Civica passando per il Centro Democratico di Tabacci e l’Udc di Casini. Lo scalpo di Mario Mauro è stato ormai consegnato, ma ieri era proprio Tabacci a chiedere a Casini di dire una volta per tutte «da che parte stai». Per la verità l’Udc ha al governo il ministro Galletti, ma la tentazione di diventare forza organica a destra del Pd è forte. Anche a costo di rompere sul piano locale. Più o meno ciò che interroga da mesi l’ormai defunta, o quasi, Scelta Civica.
In rotta verso il Nazareno sono Andrea Romano, Irene Tinagli, Linda Lanzillotta e Pietro Ichino. Per alcuni, come la Lanzillotta, si tratta di un ritorno a casa, altri, come Bombassei e Librandi, guardano al Ncd. Il partito di Alfano ha scritto nel nome il suo destino politico, anche se qualcuno – più o meno ironicamente – vorrebbe porre un punto interrogativo all’acronimo Ncd. Il motivo per restare nell’area del centrosinistra renziano sta tutta nella determinazione di Silvio Berlusconi a non mollare di un centimetro lo scettro di leader di un’area sempre più risicata, ma che è difficile ricomporre sin quando il Cavaliere resterà abbarbicato al suo 17-12-10-8 per cento. Su questo fronte ne sa qualcosa Raffaele Fitto che, da prossimo eurodeputato, si prepara a scavare da Bruxelles la buca al cerchio magico. Nel frattempo però il Cavaliere, terrorizzato dal voto anticipato più che dall’esito del processo Ruby, si tiene stretta la bandiera di padre costituente e preferisce che il travaso di voti da FI a Pd continui piuttosto che fare passi indietro o sottrarsi all’intesa con Renzi.
Di incorporare singoli, il presidente del Consiglio non sembra avere interesse. Tantomeno pensa a rimpastini o ingressi nell’esecutivo. Piuttosto pensa da giorni a come entrare come un carro armato nelle contraddizioni del M5S che al proprio interno conta una nutrita pattuglia di coloro che vogliono «uscire dal limbo» e che si affidano Luigi Di Maio il quale, da vicepresidente della Camera, sa come usare le regole del confronto democratico. Renzi, che potrebbe presentarsi personalmente all’incontro di mercoledì, ha tutto l’interesse a mostrarsi disponibile offrendo ai pentastellati l’opportunità di unirsi all’intesa già raggiunta con FI e Lega. Una disponibilità che però non metterà mai in difficoltà quei quattordici senatori ex M5S con i quali il confronto sulle riforme è aperto da tempo e gestito dai sottosegretari Scalfarotto e Pizzetti.
CONSERVATORI
«La maggioranza è fatta da uno solo», taglia corto Roberto Giachetti, l’unico ad essere a volte più renziano di Renzi e per questo ha votato nei giorni scorsi l’emendamento leghista che accentua la responsabilità civile dei giudici. I «rompicoglioni» alla Giachetti servono a Renzi per tenere a bada quelli col bollino blu. Quattordici senatori del Pd, che avevano minacciato fuoco e fiamme, sono rientrati nei ranghi rimandando al voto in aula l’espressione del proprio dissenso su un pacchetto di riforme istituzionali che, una volta approvate in prima lettura, segneranno uno spartiacque tra riformatori e conservatori. Aggiungersi poi non è mai opportuno. La Lega lo ha capito e per non farsi scippare da Renzi il Nord, ha preferito trattare dicendo sì all’elezione indiretta dei senatori in cambio di qualche competenza in più per le regioni.

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Gianluca Pace