Matteo Renzi e l’amnistia, Berlusconi e il Pdl, Lampedusa: prime pagine e rassegna stampa

Il Corriere della Sera: “Tasse sulla casa, si cambia”. Il muro europeo dell’indifferenza. Editoriale di Beppe Severgnini:

“L’Europa non sa più emozionare, dicono. Se fosse vero, sarebbe grave. Di sicuro, l’Europa non sa più emozionarsi: e non è meno grave. La tragedia a puntate nel Canale di Sicilia non viene percepita come un dramma comune. Non saranno agenzie come Frontex o programmi come Eurosur, da soli, a trovare le soluzioni per affrontare una migrazione epocale dall’Africa e dal Medio Oriente. Saremo noi, mezzo miliardo di europei. Ma gli europei per ora sanno poco, pensano in fretta, agiscono tardi.
L’anatomia continentale, in fondo, è semplice. Le istituzioni Ue rispondono — direttamente o indirettamente — alle opinioni pubbliche nazionali, le opinioni pubbliche nazionali rispondono ai propri occhi e alla propria pancia. Ciò che vedono e sentono è fondamentale. I soccorsi internazionali, dopo il terremoto dell’Aquila (2009), sono arrivati perché la comunità degli europei ha saputo, ha visto, ha capito e ha risposto. La distesa di bare posata oggi sulla porta dell’Europa — i morti accertati dopo i recenti naufragi sono più numerosi delle vittime in Abruzzo — non è bastata a smuovere gli uomini e le donne del continente. I cadaveri dei bambini che galleggiano nell’acqua non hanno toccato il cuore di irlandesi e olandesi, inglesi e polacchi, tedeschi e spagnoli.
L’America ha invece mantenuto la capacità di emozione collettiva. La lingua comune e alcuni media — dal New York Times ai network televisivi, da Usa Today a National Public Radio — hanno conservato una capacità di mobilitazione. Vent’anni fa, l’intervento in Somalia seguì alcune sequenze traumatiche in televisione; la risposta militare in Afghanistan è figlia delle immagini sconvolgenti dell’11 settembre. Un disastro naturale — pensate all’uragano Sandy, un anno fa — viene percepito come un problema federale; quindi, per definizione, collettivo. La risposta adeguata di Barack Obama, in quel caso, s’è rivelata fondamentale per la rielezione”.

Sicilia, sinistra a pezzi e accuse. Crocetta traballa ma non cade. Articolo di Gian Antonio Stella:

“Dodici mesi più tardi, quel rapporto che illuse perfino Pier Luigi Bersani, al punto di spingerlo a intestardirsi nella ricerca di un confronto dopo le elezioni pareggiate, è irrimediabilmente guastato. Giancarlo Cancelleri, il candidato grillino alla presidenza, dice che non ne può più: «Crocetta ha fatto un sacco di promesse ma dove sono le cose fatte? Non facciamo che votare proroghe, proroghe, proroghe. E la rivoluzione promessa dov’è? La butta sempre sull’antimafia: lui è candido e tutti gli altri sono sospetti. Non si può andare avanti così…»
La destra, per ora, assiste senza toccare palla. Le ferite della sconfitta dovuta alle risse interne non sono ancora rimarginate. «Ho incontrato il presidente il giorno della Madonna del Rosario. Gli ho fatto gli auguri. Mi ha risposto: “I miei amici comunisti non se ne sono ricordati”», ridacchia Giuseppe Castiglione, uno dei paracarri del Pdl siciliano, «Il guaio è che questa giunta non ha un progetto. Non ha un’idea. Ha buttato lì l’abolizione delle province, ma poi?»
È dentro il Partito democratico, però, che la guerra è più feroce. Di qua il governatore, che accusa il Pd di non sostenerlo nello sforzo di «cambiare radicalmente la politica siciliana» e anzi di aver cercato di imporgli un «cerchio magico» di notabili per lui inaccettabile: «Volevano farmi nominare in giunta Walter Bellomo, arrestato per la Tav!» Di là lo stato maggiore del partito, che rinfaccia a Crocetta di giocare per proprio conto senza ascoltare mai nessuno tanto da aver messo su un proprio movimento, il «Megafono», schierato in qualche elezione locale perfino contro il Pd. Fatto sta che ormai, per dirla alla palermitana, l’uno e gli altri «si stanno sciarriando» come nei combattimenti di cani, dove chi può attacca l’altro alla gola”.

L’appello del Cavaliere al Pdl: basta polemiche improduttive. Scrive Lorenzo Fuccaro:

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“Invocato da tutti come il risolutore dei problemi che affligono il Pdl, alla fine Silvio Berlusconi è intervenuto. E lo ha fatto richiamando tutti a smettere di lanciare accuse gli uni contro gli altri attraverso giornali e tv. «Sulle agenzie di stampa — dice il Cavaliere Silvio Berlusconi — leggo troppe dichiarazioni di troppi esponenti del Pdl. Invito tutti a non proseguire in questa direzione del tutto improduttiva».
Ed ecco il passaggio con il quale suggerisce il metodo per effettuare quel chiarimento che si è reso necessario dopo lo scontro aperto scoppiato tra Angelino Alfano e Raffaele Fitto. «Le diverse opinioni — puntualizza l’ex premier — si debbono confrontare non sulle agenzie di stampa e sui giornali ma attraverso una serena dialettica all’interno dei luoghi delegati del nostro movimento».
E quali sono i luoghi delegati? Escluso che in tempi rapidi si possa tenere un congresso, è assai probabile che, come suggerisce un esponente dell’inner circle berlusconiano, di qui a qualche settimana venga convocato il Consiglio nazionale, lo stesso organo che confermò segretario Angelino Alfano, dopo la designazione fatta da Berlusconi.
Come era inevitabile il brusco richiamo all’ordine dell’ex premier è stato immediatamente condiviso dai duellanti. Da Alfano che fa notare: «Sono pienamente d’accordo con il presidente Berlusconi. Stop all’alluvione di agenzie per addetti ai lavori. Cambiare luoghi e toni della dialettica del nostro movimento». E da Raffaele Fitto: «Condivido totalmente le parole del presidente Berlusconi. Utilizziamo guidati da lui, i luoghi delegati alla dialettica del nostro movimento».
Tra le due prese di posizione c’è una differenza non di poco conto. Rispetto ad Alfano, Fitto vuole che sia lo stesso ex premier a guidare il chiarimento, a offrire la soluzione per ritrovare l’unità perduta, ripete cioè quanto è andato sostenendo nei giorni scorsi”.

Amnistia, il caso Renzi Critiche dal governo ma lui rilancia il «no». Articolo di Alessandro Trocino:

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” Lo chiama il «bomba libera tutti», il provvedimento di amnistia o indulto che dal palco di Bari ha detto di non volere, perché «la legalità è di sinistra e ci vuole certezza della pena». Ma una «bomba» è anche la sua dichiarazione. Perché si contrappone frontalmente al capo dello Stato, garante della Costituzione e tutore del governo delle larghe intese. Perché spacca per l’ennesima volta il Pd. E perché scuote dalle fondamenta il governo, rompendo la fragile tregua con il premier Enrico Letta e dando corpo ai timori di chi teme per la stabilità dell’esecutivo.
Il primo ad aprire il fuoco contro Renzi, dopo la difesa del capo dello Stato da parte del premier, è il ministro per lo Sviluppo, il bersaniano Flavio Zanonato: «Renzi ragiona in termini puramente propagandistici, stile Grillo: «Mi conviene dire di più una cosa o l’altra sotto il profilo del consenso che poi alla fine ottengo?». A Zanonato si aggiunge una collega di governo, il ministro degli Esteri Emma Bonino, che al comitato dei radicali dice: «Se Renzi è il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l’antico. Legga bene il messaggio di Napolitano prima di rottamarlo». Sull’altro fronte il ministro per i Trasporti e le Infrastrutture, Maurizio Lupi, intervistato da Maria Latella su Sky Tg24, concorda: «Renzi pensa soltanto al consenso».
Ma intanto è partita la querelle. Zanonato si lamenta su Twitter: «Criticare Renzi è come parlare male di Garibaldi, si scatenano subito i fans».
Ma, oltre alla prevedibile irritazione del Colle e del premier, c’è anche il fronte delle primarie. Gianni Cuperlo esplicita la sua distanza da Renzi sulla questione dell’amnistia: «La situazione delle carceri è insostenibile e per questo si studino tutte le misure alternative alla detenzione e la politica si assuma la sua responsabilità, al di là del sondaggi». Ma non è solo l’amnistia a dividere i candidati”.

La prima pagina di Repubblica: “Amnistia, Renzi divide il Pd”.

La Stampa, l’intervista a Franceschini: “Senza tagli niente sgravi”.

Il paese dove non cambia nulla. Editoriale di Luca Ricolfi:

“E’ un po’ che non scrivo, è vero. La ragione più importante è che scrivere di politica, economia e società, come è mia abitudine, mi sembra sempre meno utile. O forse sarebbe meglio dire: è sempre stato abbastanza inutile, ma ora tale inutilità mi è ancor più chiara di prima. Da dove viene questo sentimento? Fondamentalmente da una constatazione: da vent’anni, in questo Paese «non muove foglia». Tutto è immobile e congelato. O forse sarebbe meglio dire: tutto cambia, ma gattopardescamente. Cambiano i governi, cambiano le mode, cambiano i palinsesti della tv, ma tutto avviene in modo che nulla di essenziale cambi davvero. Siamo il Paese più conservatore del mondo, o perlomeno così appaiamo ai miei occhi.

Anche la crisi, ormai entrata nel settimo anno, pare non averci insegnato nulla. La gente aspetta, come sotto un bombardamento, che passi la buriana. La classe politica si trastulla nella speranza di «agganciare la ripresa».
Il governo e i suoi ministri, da cui ci aspetteremmo parole chiare e decisioni coraggiose, si muovono come se fossero impegnati in una caccia al tesoro: «cerchiamo le coperture», «individueremo le risorse», «troveremo i soldi». Mai una vera scelta. Mai un discorso non retorico al Paese. Parole, parole, parole, direbbe Mina”.

La Rivoluzione dei Tea Party: “Fallire salverà l’America”. Dal corrispondente Maurizio Molinari:

“«Il default? È come la rivoluzione americana»: parlando ad un gruppo di colleghi sui gradini di Capitol Hill è il deputato repubblicano della Virginia Morgan Griffith che riassume la posizione del Tea Party sulla battaglia del debito che minaccia i mercati finanziari. «Dobbiamo compiere le nostre scelte guardando all’interesse di lungo termine degli Stati Uniti – dice Griffith – come fecero i patrioti che nel 1776 sfidando la Corona britannica, anche allora venne causato gran danno all’economia delle colonie, vi furono polemiche e forti contrarietà, ma il risultato nel lungo termine fu la nascita della più poderosa nazione della Terra».

Il default finanziario degli Stati Uniti non viene dunque vissuto come una catastrofe economica incombente bensì come un passaggio traumatico, necessario per riassestare i conti federali e rimettere in moto il Paese. «Non vi fate ingannare dal presidente Barack Obama – aggiunge Bryan Fischer, volto di punta dell’American Family Association, zoccolo duro della destra cristiana che si riconosce nel Tea Party – se il tetto del debito non verrà alzato non ci sarà alcun default».
Il leader indiscusso del Tea Party su tale fronte è Rand Paul, eletto senatore nel Kentucky alle elezioni di Midterm del 2010 che vide proprio l’affermazione di questa nuova anima della destra repubblicana, la cui priorità assoluta è il risanamento dei conti”.

Il Giornale: “No alla tassa Lampedusa”. Chi vede il nuovo e chi resta vecchio. Editoriale di Alessandro Sallusti:

C’è un’Italia che spinge per cambia­re e un’altra arroccata sulla dife­sa di un presente inadeguato. È un fenomeno trasversale che sta spaccando schieramenti ed equilibri tradizio­nali. Della prima, quella del cambiamento, fanno parte a titolo e con obiettivi diversi tra loro Berlusconi, Renzi e Grillo. Nella seconda, arroccata attorno al Quirinale, ci sono Letta e Alfano con i rispettivi ministri, la sinistra giu­stizialista e antiberlusconiana, una consisten­te pattuglia di parlamentari grillini. È una ine­dita versione di bipolarismo, non ideologico ma di puro potere e sopravvivenza personale. Chi non ha paura del nuovo, e soprattutto del giudizio degli elettori, contro chi è aggrappato a diritti e privilegi acquisiti, spesso senza parti­colari meriti personali. La situazione non è pri­va di aspetti comici, tipo Cicchitto che dà i set­te giorni a Berlusconi («butta subito fuori i fal­chi altrimenti sei fuori tu dal nostro partito») come si fa con i camerieri. Surreali, per esem­pio i ministri del Pd che definiscono Renzi (lo­ro imminente segretario) «peggio di Grillo». Mafiosetti, se fosse vera come scrivono i gior­nali- non smentiti- la reiterata richiesta del se­gretario- ministro (tra l’altro degli Interni) Al­fano di avere la mia testa non si capisce a che titolo (non sono soggetto politico) se non quel­lo di una concezione dell’informazione come «cosa nostra», nel senso di loro”.

 

 

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Gianluca Pace