
ROMA – Il futuro dei vertici di Banca Mps è tutto da disegnare, sia perché Btg e Fintech (i fondi che hanno stretto un patto con la Fondazione Mps sul 9% del capitale della banca) reclamano i due posti gli spettano nel cda sia perché sul rinnovo dell’intero consiglio di amministrazione, in agenda nella primavera 2015, niente è scontato.
Scrive il Messaggero:
Di certo il primo e scottante dossier nelle mani del neo presidente della Fondazione, Marcello Clarich – lo ha confermato nella sua prima uscita ufficiale a Palazzo Sansedoni – è proprio quello sul rapporto con i pattisti: il 31 luglio è arrivata una lettera in cui manifestano la loro «delusione profonda» per la mancata sostituzione di due dei 4 membri nominati dalla Fondazione nel cda del Monte. L’ente non può costringere a dimettersi nessuno dei 4 consiglieri (Paola Demartini, Angelo Dringoli, Marina Rubini e Marco Turchi), ma «è chiaro che avrebbero la riconoscenza generale» mentre il presidente spera in qualche novità nel primo cda a settembre. Per questo tra i primi incontri Clarich (nominato l’11 agosto) ha avuto quello con i rappresentanti del patto, che «hanno manifestato anche interesse non effimero nel medio periodo sulla gestione della banca». Il presidente, che non vuole parlare del passato ma conferma le azioni di responsabilità decise contro gli ex vertici dell’ente («Sono intoccabili», ma è difficile pensarne altre, «già sono a rischio prescrizione»), il 16 agosto ha incontrato il presidente di Mps, Alessandro Profumo. Certo non hanno parlato del futuro del management ma Clarich sembra aprire a ogni soluzione, «dovremo certamente valutare pure la disponibilità dell’attuale presidente e dell’ad», Fabrizio Viola, che «non è scontata», e dei quali comunque verrà valutato «il percorso fatto e la prospettiva». Non è tema di oggi, ha spiegato, «ma l’attenzione sul management è prospettica, non chiedetemi nomi».
Scontato che per ora il patto non si tocca, Clarich assicura che la Fondazione intende però confrontarsi con tutti gli azionisti di rilievo: i patti hanno insito «il rischio dettato dalla scadenza» e «la Fondazione potrebbe anche trovarsi a diventare irrilevante». Un rischio che non vuol correre. Così come il primo obiettivo deve essere quello di «salvaguardare il patrimonio»
