ROMA – Fiscal compact. L’ondata di entusiasmo per come Matteo Renzi ha spezzato le reni a Angela Merkel conquistando un allentamento dei vincoli europei a favore dell’Italia, alimentata da un coro degno del Minculpop, riceve un getto di acqua gelata da Antonella Bacaro e Massimo Franco che sul Corriere della Sera – Bacaro un po’ nascosta a pagina 5 in basso, Franco nella sua colonna quotidiana – raccontano i termini del problema e frenano gli eccessivi entusiasmi:
L’ha detto. Non l’ha detto. In Italia è appena passata l’ora di pranzo quando le agenzie battono le parole pronunciate in conferenza stampa dal portavoce della cancelliera Angela Merkel su un possibile utilizzo «flessibile» del patto europeo di Stabilità, che però deve essere rispettato, e su «un prolungamento delle scadenze» di rientro, che però «è stato usato».
Il dubbio sul significato delle parole di Steffen Seibert aleggia per meno di un’ora, poi il Pd rompe gli indugi e propende per l’interpretazione più favorevole: «Il primo ostacolo è stato superato, la flessibilità non è più un tabù. Il governo Renzi ha contribuito in modo determinante alla svolta, la prossima Commissione europea dovrà favorire crescita e competitività». Firmato: i senatori Laura Cantini e Francesco Scalia. Che aggiungono: «È una apertura significativa ad un tema posto con forza dal premier Renzi: il documento che il governo italiano ha presentato a Van Rompuy ha fatto breccia».
A nessuno torna in mente che proprio l’Italia, grazie a un rapporto deficit/Pil inferiore al 3% ha già usufruito di quella flessibilità quando a aprile ha chiesto all’Ue di rinviare l’obiettivo del pareggio di bilancio di un anno: dal 2015 al 2016. Richiesta che è ancora sub iudice , salvo una prima istruttoria superata. (…)E’ ormai sera e le campane hanno smesso di suonare quando il viceministro dell’Economia, Enrico Morando, riporta la questione nelle giuste proporzioni e spiega:«Nella nuova versione delle regole europee margini di flessibilità per la conduzione delle questioni fiscali c’erano già e questo si è concretamente dimostrato anche con le scelte fatte dal governo Renzi». Un riferimento al rinvio del pareggio di bilancio. Secondo Morando, però, «ora bisogna andare oltre, cambiando il segno del coordinamento delle politiche economiche e fiscali a livello europeo».
La svolta semmai è nel documento di Herman Van Rompuy, dove si auspica un consolidamento di bilancio «differenziato» e attento alla crescita. Anche se questo non si traduce in un cambiamento del patto di Stabilità o del Fiscal compact .
Massimo Franco scrive:
È comprensibile la soddisfazione italiana per la cauta apertura del portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert, in materia di deficit e investimenti. Sono settimane che il governo di Matteo Renzi chiede più flessibilità nelle regole europee per aiutare la crescita. Su questo si è saldato un asse con la Francia che vive una situazione politica peggiore della nostra dopo la vittoria dei populisti di Marine Le Pen il 25 maggio scorso. Ma ritenere che questo sia destinato a provocare una svolta potrebbe risultare illusorio. Il risultato del Pd alle elezioni ha dato maggiore forza contrattuale a Palazzo Chigi; e la cancelliera deve considerare le pressioni della Spd, ostile al rigore finanziario.
Che questo sblocchi la situazione, tuttavia, non è affatto scontato. Il patto va rispettato e «la credibilità», ha aggiunto Seibert, «deriva dal rispetto delle regole che ci si è dati». È significativo che nella riunione di ieri a Roma dei capigruppo europei e italiani, quello del Ppe, Manfred Weber, abbia difeso il rigore. «Serve anche adesso. Non si può pensare di fare nuovi debiti in Europa». Per paradosso, a dare rilievo alle parole di Berlino è la reazione piccata di Forza Italia, che vede con «curioso stupore» il «cambio di rotta di Berlino in tema di flessibilità». E si chiede perché con Silvio Berlusconi premier non era possibile.
La portavoce del partito, Deborah Bergamini, parla di «flessibilità ad personam » a favore di Renzi, imitata dall’ex ministro Maria Stella Gelmini che sostiene: «Cominciamo a raccogliere i frutti della battaglia che costò al governo Berlusconi la scomunica della Ue». Ma la polemica esagera il significato dell’apertura, e non tiene conto di quanto sia mutato il panorama europeo: dal punto di vista economico e dei rapporti di forza politici. E senza volerlo, si sottolinea il ruolo dell’attuale premier (…)Conciliare l’esigenza di andare incontro ai malumori di larghe fette dell’elettorato con quella di non violare il patto si stabilità non sarà facile. L’opinione pubblica e il governo tedeschi non appaiono disposti a concedere molto. L’Italia ha già chiesto un anno in più per rientrare nel pareggio di bilancio. Sarà interessante capire quale sarà il punto di compromesso. Ignorare il cambio di toni, però, non sarebbe giusto. Lo fa il Movimento 5 Stelle, preconizzando «una parolina magica: bancarotta», e ironizzando sul governo: «E questi dovevano essere i salvatori». Ma è un attacco scontato, che tra l’altro allunga un’ombra improbabile sull’asserita volontà di dialogo col governo in materia di riforme istituzionali.