
ROMA – “Rischio slittamento per la privatizzazione delle Poste – scrive Umberto Mancini del Messaggero – Il timore comincia a serpeggiare nei corridoi del Tesoro e tra le banche d’affari”.
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Questa volta però l’allungamento dei tempi non è legato alle turbolenze di Borsa, ma all’approfondita ricognizione interna avviata in questi giorni da Francesco Caio, il nuovo capo azienda appena nominato dal governo Renzi. Una ricognizione su asset, organizzazione interna e prospettive di business che sembra avere come naturale conseguenza l’allungamento della tabella di marcia. Dalle riunioni con il management non sarebbero emersi problemi di rilievo, ma evidentemente l’ad che ha sostituito Massimo Sarmi al vertice del colosso postale non ha poi così tanta fretta di chiudere l’operazione avviata dal suo predecessore. Prima vuole rivedere la mappa interna, modificando la struttura. Poi approfondirà nei dettagli una macchina complessa che negli anni si è diversificata in più settori (assicurazioni, logistica, telefonia). Nonostante il pressing del Tesoro, Caio non sembra sentire l’urgenza di scaldare i motori di una operazione, l’Ipo appunto, non certo facile. Tra legittimi dubbi e richieste di chiarimento, spiega un’autorevole fonte interna, la finestra di settembre per la quotazione sta diventando ogni giorno di più impraticabile. Più probabile, si spiega, che la quotazione slitti a fine anno o addirittura al 2015.
DUBBI E PROBLEMILe titubanze di Caio se da un lato appaiono comprensibili, visto che è da poche settimane in sella al gruppo pubblico, dall’altro potrebbero però costare caro al Tesoro. Facile comprendere che un rallentamento dell’operazione avviata da Sarmi, che aveva portato a stimare il valore economico di Poste tra 12 e 14 miliardi, potrebbe avere un impatto negativo sui conti pubblici, riducendo l’entità dell’introito previsto dal Tesoro. Già ora, del resto, il governo prevede di incassare circa 4 miliardi per il collocamento del 40% del gruppo: due mesi fa si parlava di 5-7 miliardi.
Le stime delle più importanti banche internazionali e nazionali, sondate in questi mesi ed il cui lavoro è di fatto propedeutico alla quotazione, avevano attribuito un valore in base alla struttura disegnata da Sarmi e in virtù di un business model che ora Caio potrebbe riscrivere. Di certo il cambio della guardia al vertice, proprio in vista di uno dei più importanti collocamenti pubblici, ha creato una situazione insolita. Anche perché Sarmi, a giudizio delle banche e dello stesso ministro dell’Economia Padoan, aveva raggiunto ottimi risultati, dando sprint ai conti e alle performance aziendali. Come noto, Renzi ha invece deciso di avviare un rinnovamento radicale che ha finito col sacrificare anche i manager con più esperienza.
In queste ore è cresciuto il pressing del Tesoro e di Palazzo Chigi su Caio. I tecnici dell’Economia si aspettano che fra luglio e agosto venga avviata la delicata fase tecnica preparatoria alla quotazione, per poi lanciare Poste spa nelle braccia dei nuovi azionisti.
Del resto, il governo di più non può fare: il Consiglio dei ministri non più tardi di una settima fa ha dato il via al Dpcm per la privatizzazione che prevede il collocamento sul mercato del 40 per cento di Poste e incentivi mirati ai dipendenti che vogliano diventare azionisti. Si vedrà se la fermezza con la quale si è mosso darà i suoi frutti.
