Il Corriere della Sera: “Giù le tasse ma non per tutti”. Grande cuneo, serio dilemma. Editoriale di Enrico Marro:
Ha ragione Matteo Renzi: non ha senso il derby tra sostenitori del taglio dell’Irap per le imprese e fautori dello sconto Irpef per i lavoratori, se si perde di vista la direzione di marcia, l’obiettivo per il quale si gioca questa partita, la crescita dell’economia appunto. Dobbiamo rilanciare la competitività delle aziende italiane, aumentare l’occupazione, risollevare i consumi. Su questo sono tutti d’accordo. Come farlo? Le opinioni degli esperti e degli addetti ai lavori divergono, per non parlare delle divisioni che attraversano la stessa maggioranza e il governo. Per prima cosa allora bisognerebbe studiare le esperienze passate così da non ripetere gli stessi errori. Nel 2007 il governo Prodi tagliò il cuneo fiscale sul lavoro di 7 miliardi e mezzo, distribuendo lo sconto per il 60% sulle imprese e per il 40% sui lavoratori. Fu un fallimento perché, complice la crisi mondiale, le aziende non investirono, mentre i lavoratori non si accorsero degli spiccioli ricevuti, che oltretutto furono subito mangiati dall’aumento delle imposte locali.
Adesso il presidente del Consiglio promette un taglio del prelievo sul lavoro di 10 miliardi: sembrano tanti, ma non lo sono, considerando che il cuneo fiscale e contributivo che grava su imprese e lavoratori vale circa 300 miliardi di euro l’anno. A maggior ragione è bene che queste poche risorse non vadano sprecate in interventi a pioggia, come ha fatto anche il governo Letta, che ha tagliato di 2,6 miliardi l’Irpef per quest’anno a vantaggio dei lavoratori dipendenti con un effetto impercettibile sui salari netti (al massimo 18 euro al mese su una retribuzione annua lorda di 17 mila). Il criterio guida deve essere quello della selettività e dell’efficacia.
L’attesa è per gli sviluppi immediati del suo patto con Matteo Renzi, su legge elettorale e riforme. Se reggerà, quanto, se bisognerà pagare altri prezzi o se invece porterà a incassare dividendi almeno in termini di consenso popolare, lo si vedrà nei prossimi giorni. Ma l’attesa per Silvio Berlusconi è anche e soprattutto per le decisioni che il Tribunale di Milano prenderà su di lui il prossimo 10 aprile. Se, cioè, gli verrà concesso di scontare la sua pena ai servizi sociali — e dove e come — o se sarà costretto agli arresti domiciliari.
Decisioni che ovviamente influenzeranno la sua attività politica, nel periodo caldo della campagna elettorale per le Europee e in quello nel quale il percorso della legge elettorale e delle riforme dovrebbero l’uno concludersi, l’altro decollare. Per questo, negli ultimi giorni, nelle sue uscite pubbliche — fatte soprattutto di telefonate a questo o quel club Forza Silvio, a questa o quella convention di partito — Berlusconi parla soprattutto della sua vicenda giudiziaria, e quasi mai di governo, opposizione, di Renzi o di quelli che potrebbero essere i temi centrali della campagna elettorale per le Europee.
«Io ho mantenuto le promesse sulla legge elettorale anche quando il Pd ha cambiato le carte in tavola. Fate di tutto perché questa storia delle quote rosa non finisca per ritorcersi contro di me e contro Forza Italia. Nessuno più di me ha valorizzato le donne in politica. E non accetto che se va tutto bene è merito di Renzi e se va male la colpa è nostra…». Il settimo giorno, e cioè ieri mattina, Silvio Berlusconi sbotta. Al telefono con un numero selezionato di fedelissimi, il Cavaliere capisce che la partita sulla parità di genere sta per diventare un boomerang.
Perché l’ha capito, l’ex premier, che la partita si gioca soprattutto dentro Forza Italia. Dove la carica di parlamentari azzurre favorevoli agli emendamenti trasversali — che oggi si presenteranno in Aula vestite di bianco al pari delle colleghe di Pd, Sel, Scelta Civica e Ncd — è praticamente a un passo dalla guerra nucleare coi maschietti del partito. A cominciare da Renato Brunetta, Denis Verdini e Maurizio Gasparri, la cui intervista di ieri al Corriere ha mandato in bestia tutto il fronte delle pasionarie.
L’hanno tempestato di telefonate tutte. Da Stefania Prestigiacomo a Mara Carfagna, passando per Gabriella Giammanco.
«I gorilla di montagna sono più protetti di noi gay in Uganda». Mosha fa una risata forzata al telefono. Preferisce non muoversi: «Di questi tempi meglio non uscire». Edgar e Derrick invece arrivano sulla strada sterrata in boda-boda, i mototaxi ronzanti ed economici che avvolgono questa città alveare dove Google sta seminando i cavi della fibra ottica. Si conoscono. Sono gay. «Gli amici etero hanno preso le distanze: hanno paura. E anche noi non ci fidiamo: e se ci denunciano?». Una retrograda modernità: Edgar e Derrick studiano economia e informatica all’università, si scambiano messaggi su WhatsApp, però qui se li arrestano rischiano l’ergastolo.
Nomi finti, storie vere, maschere al volto per farsi fotografare. Come dieci anni fa, alla prima conferenza degli attivisti gay a Kampala, quando c’era chi aveva paura di uscire allo scoperto. Cos’è cambiato? «Che adesso ci guardiamo le spalle più di prima — dice Edgar —. A un mio amico è successo pochi giorni fa: hanno passato il suo nome ai giornali, i paparazzi l’hanno seguito, è uscita la foto a tutta pagina». Ecce gay. «È dovuto andar via di casa, è stato picchiato da una banda per la strada.
La prima pagina di Repubblica: “Renzi: così taglierò le tasse”.
La Stampa: “E’ duello tra Renzi e la Cgil”.
Malaysia, l’aereo scomparso in volo “si è disintegrato”. Scrive Alessandro Ursic:
Dopo due giorni di ricerche, la scomparsa del volo MH370 Kuala Lumpur-Pechino con 239 persone a bordo rimane un mistero. Nonostante alcun detriti trovati in mare potenzialmente riconducibili al Boeing 777-200 sparito dopo due ore di volo, non ci sono elementi certi per determinare la dinamica dell’incidente. Ma il fatto che quattro passeggeri si siano imbarcati con documenti falsi, e la probabile inversione di rotta dell’aereo giusto un attimo prima di sparire dai radar, fanno temere per un possibile attentato terroristico: la Malaysia ha aperto un’ inchiesta in collaborazione con l’Fbi e l’ipotesi che l’aereo si sia «disintegrato in volo» è quella privilegiata dagli inquirenti. La compagnia aerea ha ammesso ormai di «temere il peggio».
Identità sospette
Oltre ai casi dell’italiano Luigi Maraldi e dell’austriaco Christian Kozel, entrambi nella lista dei passeggeri ma solo perché i loro passaporti erano stati rubati in Thailandia negli ultimi due anni, ieri la Malaysia ha fatto sapere di stare indagando su altre due persone sospette. Una di esse – secondo i media cinesi – si è registrata con il numero di passaporto di un cinese che mai l’aveva smarrito. «Maraldi» e «Kozel» avevano comprato il biglietto dalla Thailandia il 6 marzo, in un acquisto combinato in un’agenzia, prenotando per proseguire fino ad Amsterdam e poi dividersi tra Copenhagen e Francoforte.
Il Giornale: “Le mosse di Forza Italia”. Basta trucchi sul fisco. L’editoriale di Nicola Porro:
Un ristorante McDonald’s in Italia impiega trenta dipendenti. Un suo simile in Spagna quaranta. Il costo delle materie prime (spesso italiane in tutta Europa) è equivalente: ciò che cambia è il costo del lavoro. Il padroncino del Mac a Madrid può permettersi dieci dipendenti in più del suo omologo a Milano, a parità di fatturato e profitti. Questo è il cuneo fiscale, di cui si parla da anni. I nostri dipendenti costano tanto e incassano poco. Le nostre imprese debbono dunquearrangiarsi: assumeremeno ( o, quando possono, in grigio o in nero) e fornire servizi un po’ meno sofisticati.È il paradosso Big Mac. Il panino costa uguale ma per servirlo da noi siamo costretti ad assumere meno personale. Da un punto di vista generale la tassazione sul lavoro è dunque micidiale. Come spesso avviene, ci si batte su fronti contrapposti: meno tasse sulle imprese contro meno tasse in busta paga. Nel passato era: meno tasse sulle case o meno tasse sul reddito. Le coppie possono essere infinite. E le scuole economiche si dividono in mille specialisti convinti di avere la ragione assoluta. Confindustria, comprensibilmente, vuole meno tasse sulle aziende (Irap ad esempio) per ridurre il paradosso Big Mac. I sindacati, comprensibilmente, meno tasse sui redditi (preferibilmente bassi) per rilanciare la domanda, che in effetti è crollata di un centinaio di miliardi di euro in due anni. Il premier Renzi sembra preferire questa seconda strada. Ci permettiamo di dare solo due consigli di buon senso.






