ROMA – E’ l’arabo del web, ma è anche il linguaggio con cui i giovani internauti aggirano la censura. L”arabish’, o ‘arabizi’, è il primo alfabeto virtuale nato spontaneamente in rete per sopperire la mancanza di tastiere con l’alfabeto arabo nei computer e sui cellulari.
Agli albori della rete, ricorda Repubblica, nei primi anni Novanta, i giovani tunisini, marocchini, sauditi, siriani, egiziani e algerini cominciarono a traslitterare la loro lingua in alfabeto latino, con l’aggiunta di simboli speciali, numeri o altri caratteri, per contraddistinguere le lettere che non avevano una corrispondenza con quelle a disposizione sulla tastiera latina.
I numeri vengono scelti in base alla somiglianza grafica, anche se la somiglianza tra certi caratteri arabi rende difficile una rispondenza univoca. Nonostante oggi sia più facile trovare tastiere in arabo, sottolinea Repubblica, l’arabish rimane l’arabo più usato sul web.
Stando alle ultime informazioni contenute nel rapporto di Reporter Sans Frontiers , su 13 nazioni che controllano e censurano la Rete, tre di queste sono arabe: Egitto, Siria, Tunisia, i cosiddetti “buchi neri di Internet.” L’arabish rappresenta in questo senso un “tesoro”, strumento di evasione dei giovani e per i giovani rispetto all’arabo vero e proprio, spesso percepito come il linguaggio del potere, del regime.
C’è però chi teme che dietro a codici, sigle e abbreviazioni si possa nascondere la propaganda di gruppi fondamentalisti, rivoluzionari e anti democratici.
Registrato ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, il forum Al-Qal3ah, Qal3ah, o Qal3ati (“the castle “) era conosciuto come “covo virtuale” degli estremisti islamici, anche se i responsabili del sito dichiaravano di non avere niente a che fare con le attività terroristiche. L’United State Treasury lo registrò come “jihadi forum”, un sito di appoggio ad Al Qaeda. Ma oggi del forum non c’è più traccia.