I cervelli italiani sono una risorsa e se scappano all’estero l’Italia ne paga le conseguenze. Negli ultimi 20 anni il Paese ha perso 4 miliardi di euro, secondo i dati dell’Icom, Istituto per la Competitività, in un’indagine commissionata dalla Fondazione Lilly, che promuove la ricerca medica, e dalla Fondazione Cariplo.
Quei quattro miliardi non sono altro che quanto raccolto dal deposito di 155 domande di brevetto, dei quali “l’inventore principale è nella lista dei top 20 italiani all’estero” e di altri 301 brevetti ai quali diversi ricercatori italiani emigrati hanno contribuito come membri del team di ricerca. Questa “cifra che può essere paragonata all’ultima manovrina correttiva dei conti pubblici annuncaita dal governo qualche mese fa”, almeno secondo gli autori dello studio.
Secondo l’Icom, riporta Repubblica, ogni cervello in fuga può valere fino a 148 milioni di euro. “Guardando alla classifica elaborata da Via-Academy 1 – spiega il coordinatore della ricerca, Stefano da Empoli – si vede come man mano che si arriva in cima alla graduatoria, la Top Italian Scientists, diminuisca il numero dei residenti in Italia e aumenti quello dei residenti all’estero”.
Il 35% dei 500 migliori ricercatori italiani nei principali settori di ricerca ha lasciato l’Italia. “In rapporto alla scarsità di stanziamenti e al fatto che in Italia il numero dei ricercatori sia più basso rispetto agli altri principali Paesi del G7 (da noi sono complessivamente 70.000, in Francia 155.000, in Regno Unito 147.000, in Germania 240.000, negli USA 1.150.00, in Canada 90.000 e in Giappone 640.00), i nostri ricercatori possiedono un indice di produttività individuale eccellente con il 2,28 % di pubblicazioni scientifiche. La ricerca scientifica italiana risulta così essere superiore alla media dei principali Paesi europei, nonostante il più basso numero di ricercatori: l’Italia infatti si posiziona al terzo posto (2,28%), dopo l’Inghilterra (3,27%) ed il Canada (2,44%). Dopo di noi ci sono, in ordine, gli Stati Uniti (2,06%), la Francia (1,67%) la Germania (1,62%) e il Giappone (0,41%)”, spiega il presidente del Consiglio Universitario Nazionale Andrea Lenzi.