La settimana della moda a Milano ritorna di sette giorni, o quasi. Dopo lo scandalo del calendario del febbraio scorso, in cui, seguendo gli impegni del temuto direttore di Vogue Anne Wintour, le sfilate nel capoluogo lombardo si erano dovute concentrare in tre soli giorni, da quest’anno la rassegna milanese avrà sei giorni di passerella.
Primo giorno Gucci e Richmond, secondo giorno Prada e Fendi, terzo Versace e Jil Sander, quarto giorno forse Pucci e Missoni, quinto Marni e Dolce & Gabbana (che è fuori calendario ma che in genere sfila di domenica) e poi, a chiudere, Armani e Cavalli il sesto giorno, che potrebbe perfino diventare il settimo facendo un ulteriore sforzo, assai improbabile, di ‘spalmatura’ dei grandi marchi.
Dovrebbe essere questa la struttura portante del calendario delle prossime sfilate di Milano Moda Donna che, mercoledì 22 settembre, potrebbero quindi iniziare subito alla grande, per finire, martedì 28, con una giornata, la settima, dove sfilerebbero i marchi che non hanno grandi condizionamenti internazionali.
L’ipotesi è stata messa a punto ieri dal direttivo della Camera della Moda. Si basa sul piazzamento delle grandi firme che, per importanza o appeal, per storia o budget pubblicitari, non possono essere snobbati da nessuno, nemmeno dai giornalisti d’oltreoceano. Messi i ‘big’ a guardia di ogni giornata e soprattutto della prima e dell’ultima, il calendario non può restringersi.
Con questa nuova proprosta si riscatta il prestigio della Camera della Moda: questo accordo di massima significa, per Mario Boselli, anche la possibilità di farsi rieleggere per la quarta volta consecutiva come presidente della Cnmi, il prossimo prossimo 15 aprile, quando si riunirà l’assemblea dei soci. Se non fosse riuscito a mettere insieme almeno le basi per un calendario all’altezza di quelli internazionali, la sua ricandidatura sarebbe stata assai difficile. Per lui quindi è stata anche una sorta di campagna elettorale, con strategie mediatiche e sprint finale dove si sta giocando, appunto, la carta dell’accordo con i grandi marchi in nome dell’orgoglio nazionale.