La morte di Nodar Kumaritashvili, lo slittinista georgiano schiantatosi contro un palo mentre provava il suo esordio olimpico, ha avuto pochi effetti sulla inaugurazione delle Olimpiadi invernali a Vancouver, sulla costa occidentale del Canada. Un drappo nero sulla bandiera a mezz’asta dei suoi connazionali, lo stadio in piedi, qualche lacrima, la dedica alla memoria in avvio e il minuto di silenzio alla fine.
Per il resto, tutto si è svolto e procederà come da copione e senza tutto quel grande ipocrita tremolio di false lacrime all’italiana che ci sarebbe stato da noi. Anche la gara olimpica di slittino individuale si svolgerà secondo programma con le prime due manche nella giornata di sabato e le altre decisive due manche domenica, quando in Italia sarà notte. Tuttavia, la pista di slittino nella zona in cui si è verificato l’incidente sarà modificata: il ghiaccio in quel tratto sarà levigato al massimo per impedire qualsiasi sobbalzo agli slittini, favorendone il controllo; inoltre saranno alzate le protezioni laterali oltre le quali è stato sbalzato l’atleta georgiano.
E, naturalmente, la Georgia resterà a Vancouver e gareggerà, come ha detto il ministro dello Sport e della Cultura georgiano, Nicholas Rurua, in segno di omaggio e rispetto per il suo “compagno caduto”. Gente dura i georgiani: il loro più illustre connazionale si chiama Stalin. Ha detto Rurua: «I nostri sportivi e i nostri atleti hanno deciso di essere fedeli allo spirito dei Giochi olimpici, gareggeranno e dedicheranno i loro sforzi al loro compagno caduto». Non sarà la morte di un povero ragazzo a fermarli, loro che la morte, per fame e stenti, per deportazione o per plotone d’esecuzione l’hanno sempre avuta vicino: «Durante le Olimpiadi estive del 2008 (a Pechino) la Georgia fu invasa dalla Russia, ma nonostante questo la squadra rimase e vinse diverse medaglie».
Ma intanto lo spettacolo andava avanti: troppi i miliardi in gioco, dalle spese per gli impianti alla pubblicità delle dirette tv. E quando è stato acceso il fuoco nel tripode olimpico, simbolo dei Giochi appena dichiarati aperti di Vancouver, dall’ultimo tedoforo, Wayne Gretzky, leggenda dell’hockey canadese, la XXI edizione delle Olimpiadi invernali è stata ufficialmente aperta.
La cerimonia è andata in onda in mondovisione, davanti a miliardi di telespettatori e ai 60mila dello stadio dove si è svolta, il B.C. Place Stadium, in un tripudio di colori. Nota con una punta di malignità il cronista del San Francisco Chronicle che la cerimonia si è svolta in uno stadio coperto per a Vancouver non c’erano spazi all’aperto capaci di ospitare una cerimonia del genere. E forse anche perché tanta gente così, all’aperto per ore, con una temperatura vicino allo zero, avrebbe comportato qualche rischio.
Applausi e commozione per gli undici atleti georgiani che hanno sfilato, di fronte al pubblico tutto in piedi, tutti vestiti di rosso con la fascia nera del lutto al braccio.
Elegante la squadra italiana, fighetta quanto si addice a un paese di figli di mamma, tutti ben coperti ne loro cappottino grigio di cachemire: Giorgio Di Centa con il tricolore in alto davanti a tutti, due passi dietro il capo delegazione Raffaele Pagnozzi, e poi la squadra. Il fondista Di Centa, che alle ultime Olimpiadi invernali ha conquistato due medagli d’oro, ha detto dopo: “E’ stata un’emozione indescrivibile. Solo ora mi rendo conto di quanto sono orgoglioso di rappresentare questa Italia: ringrazio chi mi ha fatto questo regalo. Ho tenuto questa bandiera non pensando solo a me, ma a tutta la squadra e mi auguro che ora anche la gente che sta lontano ci sostenga. Entrando in questo stadio, con tutto il bianco a ricordare la neve, ho pensato a un mondo libero, e a questo le Olimpiadi devono far pensare”.
Dalla semplice commovente retorica di un giovane atleta a quella un po’ trombonesca del presidente del Cio, l’ex rugbista e anche conte belga Jacques Rogge, il quale, riferiscono le cronache delle agenzie Ansa e Agi e del San Francisco Chronicle, sforzandosi di trattenere le lacrime e con la voce rotta dall’emozione ha ricordato la tragedia del georgiano: “Non ho parole per esprimere quello che sento”. Poi Rogge ha parlato di quello che è certamente una speranza: che ai Giochi appena inaugurati non si verifichino casi di doping. Ce lo auguriamo tutti, ma si sa…
L’apertura ufficiale è stata affida a Michaelle Jean, governatore generale del Canada, paese che formalmente fa ancora parte dell’impero britannico e ha quindi come capo supremo la regina d’Inghilterra, anche se nella realtà il Canada è poco più di una colonia americana. Una storia da raccontare, quella di Michaelle Jean, che nasce ad Haiti nel 1957 e raggiunge il Canada all’età di 11 anni quando la sua famiglia fugge da Haiti all’epoca sottoposta al terribile regime del dittatore Duvalieri.
Michaelle vive nel Quebec, provincia francofona, va a scuola, si laurea in lingua e letteratura spagnola e italiana (frequenta anche le università di Firenze e Perugia), poi insegna italiano all’università di Montreal e infine diventa giornalista alla tv di lingua inglese, fino a quando, nel 2005, probabilmente per un delicato gioco di equilibri fra i vari gruppi etnici che convivono non sempre fraternamente in Canada (fortissima è la minoranza italiana), la regina Elisabetta la nomina governatore generale.
