Roma – Lo sciopero della serie A non lo riguarda ma un po' e' anche causa sua.
Christian Manfredini, infatti, ai campi dove si disputa il massimo campionato ha detto addio proprio in conseguenza di una di quelle vertenze che il sindacato dei calciatori vuole evitare in futuro con la firma di un accordo collettivo chiaro sulla questione degli allenamenti differenziati. Christian Manfredini, esterno ivoriano naturalizzato italiano, dopo aver calcato per anni il palcoscenico piu' prestigioso (con un'esperienza anche in Liga nell'Osasuna), ha scelto di ripartire, a 36 anni, dalla Seconda Divisione, per ritrovare quel sorriso perduto dopo due stagioni da esiliato alla Lazio di Lotito, tra carte bollate e avvocati. L'ambiente giusto per uno dei giocatori simbolo del 'Chievo dei miracoli', targato Del Neri, non poteva che essere la 'sua' Verona. Dopo aver passato dieci anni, infatti, all'ombra del Colosseo, lo scorso luglio ha rimboccato la strada di casa, diventando il rinforzo di lusso della Sanbonifacese. ''Voglio solo giocare, non m'interessa la categoria – ha spiegato Manfredini – E Verona e' la citta' ideale, anche perche' qui ho vissuto gli anni piu' belli della mia carriera''. Per troppo tempo ai 'margini' del progetto Lazio, l'esterno che sfioro' la nazionale ai tempi del Trap, optando poi per quella ivoriana, ora ha deciso di tornare a respirare l'odore del campo, di sentirsi nuovamente parte di un gruppo. Dopo aver trascorso il ritiro in Trentino con la sua nuova squadra, adesso non vede l'ora di giocare una partita 'vera', anche se ha dovuto rimandare il suo esordio per un problema muscolare, che oggi non gli permettera' di scendere in campo nella sfida di Coppa Italia contro il Mantova. ''Non mi sono mancate solo le partite – ha aggiunto, dopo aver fatto colazione nella sua casa di Verona – ma anche il clima che si respira nello spogliatoio, le lunghe trasferte. All'inizio i compagni mi guardavano con soggezione, adesso hanno capito che sono il piu' 'casinaro' di tutti. Sono stato per anni il piu' giovane, ora sono il piu' vecchio, ma mi alleno con l'entusiasmo di un ragazzino. Non e' ancora giunta l'ora di lasciare il calcio''. Idea che forse gli era balenata nella mente negli ultimi due anni, quando il braccio di ferro con Lotito lo aveva esasperato al punto da farci un pensierino. ''Non ero fuori rosa – ha confessato – semplicemente il presidente aveva deciso che dovevo smettere di giocare e quindi non mi permetteva neanche di allenarmi con la squadra. E' un sistema che Lotito adotta con tanti, cerca di farti fuori senza darti un euro. Se non e' mobbing questo''. Ma lui, che si definisce, un po' ''l'origine di questa battaglia tra Lega e Aic sull'ormai noto punto 7 del contratto collettivo'', che disciplina gli allenamenti differenziati, non ha mollato. ''Con me pero' e' cascato male: io gli ho fatto causa e ho vinto, e' stato costretto a pagarmi gli stipendi piu' la multa. L'anno dopo stessa storia, ma non mi sono arreso: altra causa, altra vittoria. Io non regalo soldi a nessuno e soprattutto non permetto a nessuno di decidere della mia vita. A 34 anni avevo gia' fatto la mia carriera, percio' ho scelto di stare fermo pur di non dargliela vinta. Pero' la stessa cosa e' capitata anche a ragazzi di 24-25 anni: a loro Lotito ha pregiudicato il futuro. Con me si sono comportati da poveracci, hanno persino tolto il mio nome dalla rosa.
Pero' la colpa e' della Lega: finche' glielo permette Lotito continuera' a fare cio' che vuole''. E infatti la voce del presidente della Lazio nella Confindustria del pallone e' una di quelle piu' ascoltate, nonostante tutto, pero', Manfredini non vuole essere etichettato come 'vittima' del sistema, soprattutto in un momento in cui il sistema economico sta attraversando una crisi di portata mondiale. ''Non sono una vittima – ha concluso – con il calcio ho guadagnato tantissimi soldi. Le categorie di lavoratori che in questo periodo se la stanno vedendo brutta sono altre''.
