L’indicazione arriva dalla fitta rete di intercettazioni compiute e portate all’attenzione della Procura scaligera che hanno contribuito a chiudere il cerchio attorno agli autori e fiancheggiatori del trafugamento di 17 dipinti di inestimabile valore la sera del 19 novembre scorso.
“Questo sì che si può chiamare grosso colpo”: è uno dei passaggi delle intercettazioni. “E’ veramente un grande colpo”, si sente in un brano di conversazione. “Bisogna aspettare. E’ stato troppo un casino grosso”, dice uno dei banditi a Pasquale Silvetri, fratello gemello di Francesco, la guardia giurata in servizio la sera della rapina. I due sono finiti in carcere assieme alla moglie moldava di Pasquale, ritenuta il “gancio” con il gruppo di connazionali che poi hanno messo a segno il colpo al museo veronese.
“Hanno paura, dice che facciamo calmare le acque, hai capito?” sottolinea Pasquale Silvestri. “Mo’, cosa cambia: un mese, due mesi, tre mesi, quattro mesi…cosa cambia: aspettiamo e stiamo zitti. Fermi”. “E’ giusto così”, si sente dire nel brano di intercettazione telefonica.
La mole di lavoro sul fronte tecnico degli investigatori è stata imponente. Sono stati passati al setaccio sette milioni di report telefonici e quattromila ore di riprese video, che hanno permesso agli investigatori di ricostruire la via di fuga dei banditi dopo aver caricato i dipinti sull’auto del vigilante che l’aveva lasciata parcheggiata con le chiavi sul cruscotto nel cortile del museo.
La vettura è stata ritrovata a Brescia, ma il lavoro di intelligence ha consentito di individuare le auto che hanno seguito la banda, due Renault guidate da moldavi. Poi, la linea delle indagini si è spostata in terra moldava, dove si ritiene siano ancora nascoste le opere trafugate. All’indagine ha collaborato fattivamente la polizia moldava.