Benito La Russa, 37 anni dopo il mostro sbatte ancora in tv di Iaia Vantaggiato

(foto tratta da ‘Il Fatto Quotidiano)
Il più fascista tra i postfascisti. Questo era il ministro Ignazio La Russa e questo rimane. Arrogante, violento, provocatore. E persino brutto a vedersi, con quegli occhi da invasato, lo sguardo furbetto oppure assetato di sangue, il gesticolare scomposto con cui ti impone il silenzio o ti dice «vai vai». Irritante a sentirsi. Monotono, grottesco, volgare. Sempre uguale a se stesso, inelegante per natura.
Alle sue esibizioni sopra tono credevamo di esserci abituati ma quella che lo ha visto protagonista dell’ultima puntata di «AnnoZero» – giovedì scorso – ha veramente oltrepassato il limite e impone un immediato ridimensionamento delle sue presenze in televisione. Un quarto d’ora di «mantra» durante il quale ha ossessivamente dato del «vigliacco» a Luca Cafagna – lo studente della Sapienza presente in studio per commentare la manifestazione del 14 e colpevole – sempre secondo La Russa – di apologia di reato.
Si agita sulla sedia La Russa quando parla Cafagna – «vigliacco, fifone» -, interrompe, sbuffa, si alza, minaccia di andarsene.
«Qui non c’è neanche un poliziotto – urla impazzito manco si trovasse si trovasse sul set di Platoon – solo studenti». «Per fortuna» gli risponde Santoro che per questo – un attimo dopo – viene accusato di un reato sino ad ora sconosciuto, quello «di mancata presenza di poliziotti». Suda La Russa però quando Marco Travaglio, cellulare in mano, gli comunica l’sms appena «ricevuto»: mi scrivono che anche lei in piazza c’è stato. A Milano per la precisione, era il 12 aprile del ’73 e quel giornomorì un poliziotto non certo per mano dei comunisti. No, non era proprio in piazza, La Russa, ma in Prefettura a trattare dice lui come chiaramente smentiscono le immagini di repertorio con cui si apre il film di Marco Bellocchio «Sbatti il mostro in prima pagina», che quella giornata racconta e che mostra un giovane – ma non per questo più avvenente – ministro degli esteri che, megafono in mano, arringa le folle della «Maggioranza silenziosa». «Vai vai» questa volta non lo dice La Russa ma poi si riprende e si scaglia contro Antonio Di Pietro che gli dà del fascista. Ignorante è la risposta e poco ci manca che non risponda «fascista a chi?».
Già perché Ignazio Benito Maria La Russa è figlio del senatore missino Antonino La Russa e fratello di Romano. Trapiantati da piccoli a Milano, i due fratelli sono tra i principali dirigenti del Fronte della Gioventù e il loro ruolo è delicato: tenere i contatti con i matti di San Babila, già all’epoca tutti armati ma anche e soprattutto incontrollabili e – a modo loro – «anarchici».
Dopo la vittoria elettorale dell’aprile del ’73 – con l’Msi che sfora l’8% – l’attuale ministro dell’Interno è tra quelli che decidono di dar vita alla grande manifestazione della «Maggioranza Silenziosa», un comitato anticomunista a cui aderivano esponenti democristiani, missini, liberali e monarchici. Con lui, Ciccio Franco – già leader della rivolta di Reggio – ed neo eletto senatore.
Parte male quella giornata e finisce peggio. La manifestazione «contro la violenza rossa» è vietata ma i sanbabilini arrivano in piazza portandosi dietro le bombe srcm: sarà una di queste bombe ad uccidere l’agente Antonio Marino. Romano La Russa, fratello del ministro, finisce a San Vittore per «adunata sediziosa e resistenza alla forza pubblica». Ignazio viene indicato dalla stampa – sicuramente anche all’epoca comunista – come uno dei «responsabili morali». Per il Msi, partito d’ordine, è un disastro dal quale non si riprenderà più. Almirante reagisce denunciando i colpevoli e col Fronte è quasi rottura ma i due La Russa restano a galla e dopo poco Ignazio aderisce a Lotta popolare, la «sinistra» del Msi, dalla quale poi esce. «Fascista a chi?». Come ministro tocca tenercelo (anche se l’Idv ieri ha inviato una lettera aperta a Napolitano protestando per la presenza dentro un governo democratico di un ministro fascista) ma dagli schermi fatelo sparire.

fonte articolo ‘Il Manifesto’
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