Sulla revoca del 41 bis, il carcere duro, ci furono pressioni dal Viminale e dal capo della polizia: questa è la posizione del ex capo delle carceri Nicolò Amato espressa davanti ai magistrati di Palermo.
A detta sua si trattò di una discussione politica, «nulla da mettere in relazione alla cosiddetta trattativa Stato-mafia di cui ho letto solo sui giornali». «La sola idea mi ripugna, se però una trattativa c’è stata allora mi hanno mandato via dal Dap perché ero un ostacolo». Quanto al tema del carcere duro «io ero solo coerente con la posizione espressa nell’83 per i terroristi. Sostenevo che si sarebbe dovuta fare una legge per uscire dall’emergenza e proponevo delle misure come la registrazione dei colloqui dei mafiosi».
Nel ’93, ricostruisce Alfio Sciacca sul Corriere della Sera, venne revocato o non prorogato il regime del 41 bis per centinaia di mafiosi.
Amato ha escluso che ci siano state «richieste particolari da parte di soggetti istituzionali». Prima dell’appunto che il 6 marzo ’93 scrisse al ministro della Giustizia per la revoca del 41 bis ci fu una riunione del Comitato dell’ordine pubblico. Era il 12 febbraio e secondo quanto scrive Sciacca “alcuni dei presenti, in particolare l’ex capo della polizia Parisi, «esprimeva riserve sull’eccessiva durezza di quel regime carcerario, mentre dal Viminale arrivarono pressanti insistenze per la revoca dei decreti applicati ai detenuti di Secondigliano e Poggioreale»”.
