Energia e ambiente: il caso francese. La questione, in realtà, è molto più complessa di quanto un semplice “sì” o “no” possa far sembrare. Per averne un esempio chiaro prendiamo il caso francese. Là le centrali nucleari ci sono e sono ben 59. Come numero di impianti è il secondo Paese al mondo dopo gli Usa che schierano, in un territorio molto più esteso, ben 104 centrali.
Eppure la Francia importa energia dalla Germania per circa un 20% del suo fabbisogno. A scriverlo in maniera dettagliata è il Wall Street Journal che va subito al cuore della questione: la Francia compra ma la Germania ha già deciso che il nucleare è un’esperienza da chiudere. I tedeschi hanno già fissato la data dello spegnimento, il 2022. Un problema c’è: quando la Germania chiuderà gli impianti non avrà più surplus da distribuire e la Francia rischia di ritrovarsi a secco. Situazione che preoccupa da subito il ministro locale dell’Energia Eric Besson: “Non dobbiamo essere allarmisti ma occorre vigilare”.
Anche perché i problemi cruciali non vengono mai da soli. La Francia, infatti, in questa primavera è alle prese con una siccità da record: temperature quasi 3 gradi al di sopra delle medie stagionali dal 1971 a oggi e crollo delle piogge, 45% in meno della media. E il nucleare, come sa chiunque si sia un minimo addentrato nelle mappe dei possibili siti per le centrali italiane, ha bisogno di tanta acqua. L’analisi del Wall Street Journal non è delle più rassicuranti: meno acqua significa meno raccolti e prezzi più alti ma significa anche livelli dei fiumi più bassi con maggiore difficoltà nel pompaggio di acqua dentro i reattori nucleari. Non è finita: l’acqua più calda, sempre a causa del clima, è meno efficace nel raffreddare i reattori e la produzione di energia cala.
Nucleare sì o no? Il referendum non è banale: si fronteggiano un problema oggettivo, quello dell’approvvigionamento e dell’autosufficienza energetica, e una paura oggettiva, quella delle catastrofi. Nel 1986, complice la nube di Chernobyl, gli italiani decisero che il nucleare non faceva per loro. Chiuse le centrali e la ricerca, in un colpo solo e nelle intenzioni di chi votò per sempre.
I sostenitori del no, quelli che le centrali le vorrebbero, partono dai numeri, quelli che dicono che l’Italia compra gran parte della sua energia dall’estero, compresa la tanto odiata “nucleare” fatta in Francia o Slovenia. Ci sono le energie alternative, è vero. Però non bastano. Soprattutto, è un altro tra gli argomenti più utilizzati, c’è il sostanziale “isolamento” italiano nella comunità internazionale. Le grandi economie del mondo, dagli Usa al Giappone, passando per le più vicine Francia e Germania, il nucleare lo hanno usato. Almeno fino a Fukushima, che sembra aver fatto cambiare idea a tedeschi e giapponesi. La paura, però, prima o poi passa mentre la questione energetica resta.
Difficile trovare, anche in rete, persone e comitati che si espongano direttamente per il no. Il governo ha formalmente lasciato libertà di voto. Curioso visto che la legge che si vuole abrogare via referendum è stata approvata proprio dall’esecutivo. Visti gli esiti del referendum che si è tenuto in Sardegna durante le amministrative (97% dei voti contro il nucleare sull’isola), è però evidente che il governo voglia evitare di legare il suo nome a quella che appare una sconfitta inevitabile.
