ROMA – Esilio o processo: nei colloqui diplomatici tra le potenze occidentali e non solo in corso oggi, 29 marzo, a Londra, ma iniziati ben prima, uno dei dubbi del dopo-Gheddafi riguarda proprio il destino del rais.
I duri e puri, con in testa il Consiglio nazionale libico di transizione, vogliono che il colonnello venga processato. ”La soluzione ideale non è quella di mandare in esilio Gheddafi ma di portarlo a processo: i crimini commessi contro il popolo libico non possono essere dimenticati”.
Della stessa idea Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Almeno fino a ieri. Perché la visione “più morbida” dell’esilio, promossa dall’Italia e dall’Unione Africana, potrebbe avere come sostenitori inaspettati Stati Uniti e Gran Bretagna. Sia il Times sia il Guardian sostengono che Washington e Londra sono pronti a considerare una rapida uscita di scena di Muammar Gheddafi.
”Le nazioni della coalizioni si riuniscono per progettare il futuro della Libia senza Gheddafi. La posizione ufficiale di Stati Uniti e Gran Bretagna è che il dittatore deve essere processato presso la Corte Penale Internazionale, ma entrambi i paesi sono pronti a accettare un accordo in base al quale, se Gheddafi va rapidamente in esilio, potrebbe essere il migliore nell’interesse della Libia”, scrive il Times. “Questa iniziativa – sottolinea il giornale – avrebbe l’appoggio di parte degli europei tra cui l’Italia e potrebbe essere facilitata dall’Unione Africana”.
Fonti americane citate dal Guardian hanno lasciato capire che l’ipotesi di una fuga di Gheddafi in un paese fuori dal raggio della Corte sarebbe accettabile per Washington. ”Non posso dire che sono a conoscenza di sforzi per trovargli un posto dove andare ma non dico che si possa escludere”, ha detto un funzionario americano al giornale britannico sottolineando che ci sono nazioni che non riconoscono la giurisdizione del tribunale internazionale. Fonti britanniche hanno detto al Guardian che preferirebbero veder processato Gheddafi, ma se la sua fuga è il prezzo di una soluzione pacifica, sono pronti a dare luce verde.
Nonostante le indiscrezioni di stampa, però, in serata, sopo il vertice di Londra, il ministro degli Esteri britannico, William Hague, ha fatto sapere che “il Regno Unito non è impegnato a negoziare un’uscita di Muammar Gheddafi dalla Libia, anche se questo non impedisce ad altri di farlo”.
Mentre dallo stesso vertice di londra il ministro Franco Frattini ha dichiarato: “Nessun salvacondotto a Muammar Gheddafi perché esilio non vuol dire immunità”. Il ministro degli Esteri italiano ha poi ricordato che l’Italia è uno dei Paesi fondatori della Corte Penale Internazionale (Cpi). Secondo il ministro quindi ”non si può promettere un salvacondotto” al rais perché ciò rappresenterebbe ”una violazione” dello Statuto di Roma, cioè il testo fondamentale della Cpi.
Anche la Spagna sarebbe favorevole ad una soluzione della crisi libica attraverso l’esilio di Gheddafi. In una intervista oggi a El Pais il ministro degli esteri spagnolo Trinidad Jimenez ha detto che ”ancora non ci sono accuse formali, né un mandato di cattura contro Gheddafi” della Corte dell’Aja. ”Quindi giuridicamente in questo momento sarebbe possibile” un esilio del rais libico. Jimenez ha aggiunto che il rovesciamento di Gheddafi non è previsto ”esplicitamente” dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, ”ma che si deduce quando afferma che la soluzione della crisi deve rispondere alle richieste legittime del popolo libico”.
Secondo il ministro spagnolo, per la comunità internazionale ”la priorità rimane ottenere un cessate il fuoco immediato”, verificabile dall’Onu. ”Una volta raggiunto, si dovrà decidere che cosa succederà poi: la risoluzione Onu parla di facilitare un dialogo che conduca alle riforme politiche necessarie per una soluzione pacifica e sostenibile”.
La situazione però potrebbe concludersi con una soluzione “naturale” se fossero vere le voci diffuse in serata, secondo cui il ministro degli esteri libico Mussa Kussa sarebbe stato a Tunisi proprio per cercare di mediare un’uscita di scena “morbida” per il rais.
Ufficialmente è solo una ”visita privata” ma di certo il ministro degli esteri libico che lascia il paese in fiamme e sconfina nella vicina Tunisia non è passato inosservato. Le voci – subito smentite da un portavoce del governo di Tripoli – di una sua diserzione e fuga dal Rais, hanno lasciato il posto all’ipotesi che Mussa Kussa, mentre a Londra è in corso la riunione del gruppo di contatto, abbia scelto la strada della mediazione, lontano dai riflettori dei summit ufficiali, e stia lavorando ad una via d’uscita per Gheddafi.
L’ipotesi esilio potrebbe essere la strada sulla quale si incentrerebbero i colloqui del ministro degli esteri del colonnello. E i suoi interlocutori potrebbero essere proprio i rappresentanti di quell’Unione africana alla quale Gheddafi si è affidato nel discorso pronunciato in mattinata da uno dei suoi bunker segreti a Tripoli.
“Lasciate che sia l’Unione africana a gestire la crisi – ha detto in un messaggio rivolto proprio ai leader riuniti a Londra – la Libia accetterà qualsiasi decisione che l’Unione assumerà”. Una presa di posizione che, secondo molti analisti, spiega l’assenza dell’Ua al vertice di Londra: una defezione dell’ultim’ora che potrebbe addirittura essere il segnale di una trattativa gia’ in corso.
L’Unione africana è per la cessazione immediata dei combattimenti e l’apertura di una fase di transizione. Ma anche il tema esilio sarebbe tra gli elementi di mediazione che intende mettere in campo con Gheddafi. La missione di Kussa a Tunisi resta avvolta nel mistero ma non si può escludere che sia il primo passo per una trattativa che punti ad un’uscita di scena soft per il colonnello.
Quel che è certo è che sulla missione a Tunisi di Kussa, che è sempre rimasto in contatto con l’occidente e non compare sulla lista delle persone soggette alle sanzioni dell’Onu, sono circolate molte voci, tra le quali l’ipotesi – diffusa da Al Jazira e immediatamente smentita da Palazzo Chigi e dalla Farnesina – che il ministro degli esteri libico, lasciata Tunisi, progettasse di raggiungere l’Italia.
Dalla Libia, solo la secca smentita delle voci sulla possibile defezione del ministro e la precisazione sul fatto che si tratta di una visita ”privata” che non ha ”carattere ufficiale”.
