ANKARA, 21 SET – Alla fine anche il premier turco Recep Tayyip Erdogan, suo ex-compagno di bagni di mare, ha abbandonato il presidente siriano Bashar Al Assad e la sua repressione degli oppositori del regime di Damasco da 2.700 morti.
L’annuncio è venuto a New York, dopo un incontro con il presidente Barack Obama, ed è stato accompagnato da reazione stizzita: non siamo gli stupratori delle rifugiate siriane nei nostri campi profughi, ha detto in sostanza Erdogan replicando ad accuse del regime che sono apparse come la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso dell’interessata pazienza turca.
Dopo l’incontro con Obama e le sue presumibili pressioni, Erdogan ha dunque annunciato di aver ormai ”interrotto i colloqui” con Assad. Ankara, ha rivelato il premier, sta già studiando sanzioni contro la Siria, allineandosi così all’Europa e soprattutto agli Usa con cui metterà a punto le misure contro il partner commerciale da 2,5 miliardi di dollari di interscambio l’anno.
L’annuncio è stato accompagnato da un critica di Erdogan alla ”propaganda nera” fatta dal regime. Il riferimento è stato alle interviste con tre presunte ex -profughe che la tv di stato siriana ha mandato in onda ieri sostenendo che le autorità turche avrebbero consentito a suoi militari di violentare oltre 70 tra donne e bambine siriane ospitate nei sei campi profughi allestiti nel sud della Turchia.
Gli stupri pedofili avrebbero ucciso una bambina, ha sostenuto una tal ”Fatima” accendendo l’ira di Erdogan: “La nostra fiducia nell’attuale amministrazione attuale siriana è finita, dopo tutti questi sviluppi, soprattutto dopo la propaganda nera iniziata dall’amministrazione siriana contro la Turchia”, ha detto il premier attestando una crisi di fiducia già dichiarata il mese scorso dal presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul.
Per mesi Erdogan ed il suo ministro degli esteri Ahmet Davutoglu avevano declinato tutte le possibili sfumature di esortazione, preoccupazione, sdegno, condanna, ”ultime parole” sempre più o meno ultime per convincere – con moniti, colloqui, e inviati speciali – il presidente Assad a moderare la repressione che solo oggi avrebbe fatto altre 13 vittime e ad avviare riforme.
Il ruolo di consigliere inascoltato Erdogan l’ha dovuto interpretare per motivi oggettivi come i 900 chilometri di frontiera comune senza obbligo di visto o le strette relazioni politico-diplomatiche (mediazione con Israele) e personali (c’è chi ricorda una sua vacanza sulla costa mediterranea turca con Assad e famiglia).
Le frenate compiute rispetto al resto della comunità internazionale chiedendo sempre ”più tempo” per consentire ad Assad di fare le sue fantomatiche riforme erano dichiaratamente dovute alla paura che la confinante Siria si spacchi in lotte confessionali fra l’altro scaricando a nord un numero ben maggiore dei 18.400 profughi arrivati finora fuggendo dalla repressione (quasi 111 mila sono poi tornati in patria lasciandone 7.520 nelle tendopoli della provincia turca di Antiochia, dato ufficiale di oggi).
