ROMA – L’incontro al Museo di storia naturale di New York tra Richard Leakey e Donald Johanson, i due grandi paleoantropologi che circa 30 anni fa furono i protagonisti di un’altrettanto storica litigata, è stato più tranquillo del previsto lo scorso 5 maggio, che li ha visti uniti e riappacificati nell’esporre le ultime grandi scoperte sul percorso evolutivo che ci separò dagli ominidi oltre 200 mila anni fa.
Leakey, scopritore del “Turkana Boy”, un homo erectus di 1,5 milioni di anni, e Johanson, che scoprì l’australopiteco Lucy, di appena 3.2 milioni di anni e primo bipede nella storia dell’evoluzione, invece di confrontarsi animosamente sulle rispettive scoperte hanno unito gli sforzi di una vita lavorativa, parlando delle proprie esperienze di ricerca e di quanto lavoro gravi sui loro team e sui giovani che intendono intraprendere la vita da paleoantropologo.
Johanson ha poi ricordato che “quando atterrai a Nairobi, nel ‘70, erano state censite solo cinque specie del nostro genus Homo e tre di Australopithecus. Ora le cose sono diventate più complicate”, affermazione che ha trovato sostegno nell’antico rivale Leakey, che ha aggiunto: “mia madre, Mary, scoprì nel 1978, in Tanzania, le impronte fossili di due ominidi risalenti a 3.6 milioni di anni. Forse erano una coppia di Australopithecus in luna di miele o una madre con il suo piccolo”. La vera rivoluzione che ha posto le basi per l’evoluzione dell’uomo che oggi colonizza il pianeta con i suoi quasi 7 miliardi di ‘esemplari’ è proprio il bipedismo, caratteristica che continua ad essere retrodatata grazie ai sempre nuovi ritrovamenti.
Ma una stima esatta della comparsa di ominidi bipedi non è facile da realizzare: le prime tracce secondo i paleoantropologi risalgono a circa 6 milioni di anni fa, anche se alcune ricostruzioni virtuali dello scheletro dell’Ardipithecus ramidus sono stimate a 4.4 milioni di anni fa e dimostrano che questo bipede non si appendeva sui rami degli alberi, ma vi camminava ed era in grado di mantenere la posizione eretta a terra.
Leakey ha poi osservato che “quando abbiamo iniziato a spostarci sulle gambe sono cambiati anche i rapporti sociali e i legami tra individui. Quegli ominidi non sarebbero riusciti a sopravvivere, se non avessero trasformato il loro modo di agire e comportarsi”,  insomma la posizione eretta ha radicalmente cambiato il nostro modo di porci nella società e ridefinito nuove esigenze comunicative che secondo Johanson ci hanno condotto in un “travagliato tunnel evoluzionistico”, iniziato con il bipedismo e la crescita del cervello, e giunto alla realizzazione di utensili che semplificassero la vita quotidiana e al “pensiero simbolico”.
Se i due ex rivali sono ora impegnati a riempire il buco evolutivo delle nostre conoscenze sul genere homo, che fece la sua comparsa tra i 2.4 e i 3 milioni di anni fa, senza dimenticare lo studio di ominidi come l’Australopithecus, “un adattamento di enorme impatto che tuttavia non è andato da nessuna parte ed è scomparso, come molti ominidi che l’hanno seguito. E’ un messaggio importante: l’evoluzione non è stata una marcia lineare dai primati agli angeli”, ha osservato Johanson, sottolineando così l’importanza della definizione di una esatta linea evolutiva, che ha visto molte specie estinguersi durante la storia dell’evoluzione, specie che sembrano costituire la diretta evidenza dell’evoluzionismo di Charles Darwin.
