TORINO – E adesso pover’uomo ? Il titolo del romanzo di Hans Fallada sembra appropriato per descrivere lo stato d’animo di un Sergio Marchionne messo in difficoltà dalla improvvisa arrendevolezza della Fiom. E così, alla fine, non ci può più fidare nemmeno di quella faccia da cattivo del Landini.
Ora ben si sa che la strategia dell’amministratore delegato della Fiat si basa sulla resistenza che sindacati, politici, economisti, giornalisti, anche e soprattutto quelli del Corriere, il mondo intero, insomma, oppone alla realizzazione dei suoi piani. E’ da quella resistenza, infatti, che trae l’energia grazie alla quale perseguire i suoi obiettivi. Una sorta di gioco al rimbalzo che, proprio per la imprevedibilità che lo contraddistingue, sconcerta ed annichilisce ogni opposizione.
Ora la Fiom sembra aver capito che solo annullando ogni resistenza è possibile costringere Sergio Marchionne a svelare tutte le sue carte. Con il “si” della Fiom al nuovo contratto per la Bertone la strategia dell’ultimatum perde forza e la palla passa al manager che in cambio di una compartecipazione ai destini della fabbrica da far invidia agli osannati sindacati-padroni della Chrysler, non può che dare il via ai piani annunciati, promessi eppure preventivamente negati in attesa della risposta fornita dall’ennesimo referendum.
Ora non ci sono più scuse. L’investimento da 500 milioni di euro è destinato a fare il suo corso e le alternative: Mirafiori o, meglio ancora un qualche stabilimento Usa, devono esser riposte nel cassetto. E così l’attenzione può spostarsi dalle carenze di una manodopera incapace di produrre auto che il mercato rifiuta, all’analisi del piano.
Che fa sorgere più di un dubbio. A cominciare dalla scelta dello stabilimento di verniciatura della Bertone per produrre un Suv d’alta gamma targato Maserati. Come tutti i tecnologi, ma anche le persone di buon senso che abbiano intinto qualche volta un pennello nella vernice, una inattività degli impianti, anche in presenza di una saltuaria manutenzione, equivale a condannarli a morte. Le incrostazioni finiscono per metterli fuori uso ed il loro recupero si rivela spesso un cattivo affare dal punto di vista dei costi. E perché non Mirafiori, allora, occupato oggi solo in piccola parte, ma pur sempre attivo.
E’ curioso che proprio nel momento in cui Sergio Marchionne si lamenta per l’impossibilità di ridurre gli impianti in funzione di una loro maggiore saturazione produttiva, ce ne si accolli un altro. Forse gli operai della Bertone avrebbero potuto trovare adeguata collocazione proprio a Mirafiori.
