ROMA – Anno 2002, nove anni fa esatti, l’Italia ha detto addio alla lira per passare alla moneta unica europea. Adesso della carta spessa colorata il ricordo è conservato più o meno dai collezionisti o magari dai più vecchi.
Dopo 140 anni nelle mani degli italiani è stata scalzata dall’euro, scambiato per 1.936,27 lire,  fortemente voluto da Romano Prodi. Alla prova chi si ricorda della vecchia moneta i più giovani non hanno fatto una bella figura. Federico Russo, 13 anni,  ovvero Mimmo della serie I Cesaroni della lira dice solo: «Era una vecchia moneta, mai sentita nominare».
Stefano Caselli, professore di Intermediari finanziari alla Bocconi, al Corriere della Sera, dice: «Oggi convivono tre generazioni. Quelli cresciuti nell’età della pietra, quelli che si sono adattati e i nativi, cioè nati con l’euro, che non riescono neanche a immaginare un mondo senza e non si pongono il problema di come era prima. Avere una generazione di nativi rafforza la globalizzazione ed è anche un elemento di stabilizzazione: chi è cresciuto con la lira contribuisce a distorcere i prezzi, perché paragona due ere che non sono confrontabili; i più giovani invece allontanano l’inflazione perché questi ragionamenti non li fanno».
«Ci siamo abituati all’euro, proprio come si impara a guidare un’auto senza marce o con il volante a destra: dopo un po’ nessuno pensa più a come faceva prima -dice ancora al Corriere Luigi Campiglio, docente di Politica economica alla Cattolica di Milano -. Per i miei studenti è ancora più semplice, a malapena si ricordano la mancetta in lire che ricevevano dai nonni. Viaggiano di più, in tanti fanno l’Erasmus, e danno per scontata quella che è una grande conquista: potersi spostare senza impedimenti politici e burocratici da un Paese all’altro. Se uno di loro decidesse di andare a lavorare in Francia o in Germania, questa scelta non avrebbe più il sapore dell’immigrazione».
