Dopo la bomba a Maurizio Costanzo lo Stato revocò 140 decreti di carcere duro. Era la sera del 14 maggio 1993 quando scoppiò l’ordigno, che però non colpì nel segno, e la mattina dopo ci fu la revoca del 41 bis per alcuni boss. A novembre fu la stessa cosa: via altri 140 decreti ritirati, ma spiega Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera “mentre a novembre si trattò di una mancata proroga alla scadenza dei provvedimenti decisi un anno prima, a maggio ci fu la revoca disposta prima del termine ultimo”.
L’attentato a Costanzo di via Ruggero Fauro a Roma era stato da subito considerato di matrice mafiosa. Il giorno successivo però lo Stato diede un segnale diverso:  spinse per l’alleggerimento del trattamento in cella per 140 persone, ma solo 17 erano divenuti collaboratori di giustizia.
Era stato un anno prima Giovanni Conso a imporli, dopo tre mesi che aveva preso il posto di Claudio Martelli. Direttore dell’amministrazione penitenziaria era invece Nicolò Amato: proprio lui a marzo aveva detto sì alla revoca dei decreti. “Il 9 marzo, aveva messo per iscritto la proposta di revocare i decreti; i provvedimenti del 15 maggio portano la firma del suo vice”, scrive Bianconi.
Si tratta di un segno di trattativa? O ancora solo di un modo per evitare altre stragi? “L’ipotetica trattativa fra Stato e mafia andava avanti dal 1992 e fra i punti in discussione c’era proprio l’abolizione del «41 bis» introdotto all’indomani della strage di Capaci che uccise Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta”, chiarisce Bianconi.
