ROMA – Il cervello non ha età e le sue cellule sopravvivono anche alla morte del corpo. Al contrario delle altre cellule, che hanno una morte programmata, la durata dei neuroni non è fissata. La sopravvivenza delle cellule cerebrali dipende dunque dal microambiente e non dalla genetica, come invece accade per le cellule del sangue o della pelle. Lo studio condotto sui topi è stato coordinato dal neurochirurgo Lorenzo Magrassi, dell’università di Pavia, è stato pubblicato sulla rivista Pnas.
L’esperimento sulla “immortalità” del cervello parla italiano ed è stato realizzato dalla collaborazione tra l’Università di Pavia, la Fondazione Policlinico San Matteo e l’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Cnr, sotto la coordinazione di Magrassi.
Considerando le differenze di specie, spiega Magrassi, lo studio suggerisce che nell’uomo un prolungamento della vita non creerebbe problemi di sopravvivenza dei neuroni. Questo perché il risultato mostra che la sopravvivenza dei neuroni non è geneticamente fissata, ma può essere determinata dal microambiente del cervello dell’organismo ospite.
Contraddicendo così l’opinione diffusa che aumentare la vita media dell’uomo può essere inutile in quanto i neuroni, anche in assenza di malattie, morirebbero, riducendo chi sopravvive oltre una certa età ad una vita priva di facoltà cognitive.
Magrassi ha spiegato che “l’esperimento ha previsto il trapianto di neuroni immaturi e precursori, cioè cellule già parzialmente indirizzate a diventare neuroni, prelevati dal cervello di un embrione di topo di una specie con vita media di circa 18 mesi, nel cervello di un ratto (in stato embrionale), di una specie con vita media di circa 36 mesi”.
Le cellule trapiantate si sono sviluppate in neuroni, integrandosi nel cervello del ratto pur mantenendo le dimensioni un po’ più piccole tipiche del topo donatore e vivendo il doppio del tempo, fino alla morte naturale del ratto in cui sono state trapiantate.
Il prossimo passo, spiega Magrassi, è identificare i meccanismi che hanno permesso ai neuroni di vivere così a lungo e ciò potrebbe aprire la strada a nuove terapie, anche nel caso di malattie neurodegenerative che conseguono alla morte precoce dei neuroni in aree specifiche del cervello. Al lavoro hanno partecipato anche Ferdinando Rossi e Ketty Leto, dell’Istituto di Neuroscienze della Fondazione Cavalieri Ottolenghi dell’università di Torino.
