Il tema delle nomine all’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni e di quelle per il Garante della Privacy ha riproposto con forza la necessità di affrontare le ben note “quote rosa”. Non è un caso che negli ultimi due giorni, tra le mille polemiche e le voci di corridoio che si sono concentrate sui nomi, sia stato proprio l’argomento dell’esclusione femminile dai ruoli di responsabilità quello maggiormente ripreso sulla stampa.
Domenica mattina è stato il turno di Chiara Saraceno, che in “Sesso e competenze negli organi di garanzia” si è domandata se “i curricula serviranno solo per giustificare ex post scelte fatte con tutt’altri criteri, incluso quello che riserva il privilegio sia di nominare che di essere nominati a poche persone del sesso giusto”.
Poi è stato il turno di Concita De Gregorio, che invita ad “alzare la voce” di fronte a un paese che, di fatto, oltre a non garantire la rappresentanza femminile, fiacca anche le esperienze professionali delle donne, relegandole a stipendi mediamente più bassi di quelle dei colleghi. “L’ora di alzare la voce è adesso, insieme agli altri: perché il futuro è già qui, è solo molto mal distribuito” potrà sembrare un concetto retorico ma ha il suo peso.
Se parliamo di competenza e trasparenza, non possiamo dimenticare le donne.
E forse è giunto il tempo di affermare, donne e uomini, che il tema delle quote di genere non deve essere oggetto di timori e incertezze. Chi dice “non siamo panda” o “no al protezionismo”, sbaglia.
Laddove non arriva la cultura, arrivi il legislatore. Laddove non arriva il legislatore, arrivino i gruppi di pressione. Chi può fare, agisca ora. Questo è il tempo.
Se si è approvata una legge per le aziende quotate in borsa affinchè inseriscano le donne nei consigli di amministrazione, ci sono tutte le premesse per rilanciare, anche con una proposta di legge, il tema delle quote di genere anche nelle nomine delle autorità di espressione parlamentare (le authority, la RAI, la Corte Costituzionale…).
E ancora, è giunto il tempo di affrontare la sfida di un cambiamento culturale a tutti i livelli.
Iniziando dal quotidiano e dal profondo.
Su questo la strada è lunga e non ha a che vedere con il sessismo.
Ha a che vedere con i ruoli e con la possibilità di accogliere la capacità femminile di far funzionare le cose (a tutti i livelli), non come “missione” di genere ma come risorsa per il collettivo.
