Sono numerosi i segni che rivelano la crescente tensione tra l’Iran ed i suoi vicini sunniti. Mentre i carri armati sauditi entravano in Bahrein, un parlamentare iraniano, Ruhollah Hosseinian, incitava la repubblica islamica a prepararsi ad un intervento militare in sostegno della minoranza sciita. Dal canto suo, l’Arabia Saudita non ha fatto mistero di vedere, dietro i sollevamenti in Bahrein, la mano lunga di Teheran. Gli Ayatollah hanno in effetti guardato con grande attenzione agli avvenimenti degli ultimi mesi.
Se in Bahrein il legame, religioso, con i dimostranti era inevitabile, anche in Tunisia ed in Egitto le dimostrazioni sono state accolte con grande favore. Secondo le parole della guida suprema Alì Khamenei: «Questo è lo stesso “risveglio musulmano”, che il risultato della grande rivoluzione della nazione iraniana.»
L’interpretazione di Khamenei è, a detta dei più, erronea, perché le rivoluzioni maghrebine sono nate principalmente da aspirazioni democratiche. Certo è che quei paesi erano un tempo gli alleati, sunniti e moderati, dell’Arabia Saudita, la quale vede ormai con apprensione il nuovo equilibrio, di quella regione dove un tempo regnava incontrastata. Negli ultimi anni sono stati tanti i colpi inferti alla sua influenza.
Prima l’intervento americano in Iraq ha scacciato l’alleato Saddam Hussein per dare una voce politica determinante alla comunità sciita filo-iraniana. Poi, l’ultimo grande regime arabo sunnita, quello di Hosni Mubarak, è crollato nel giro di qualche settimana. Ora i sollevamenti in paesi frontalieri, come lo Yemen e il Bahrein, sembrano rendere la situazione ancora più instabile. Così, nei corridoi dei palazzi di Riyad, ci si prepara al peggio. Quella stessa dinastia saudita che secondo i dispacci svelati da Wikileaks si augurava un intervento americano contro l’Iran, ha da poco approvato la più grande commissione militare della storia recente, firmando un contratto di 60 miliardi di dollari con gli Stati Uniti, per rinforzare l’esercito nazionale.
E’ sempre più chiaro che in Medio Oriente sta nascendo una nuova guerra fredda, o forse un nuovo “great game”, e questa volte l’Occidente starà solo a guardare.
